9.0
- Band: CRISIS
- Durata: 00:50:31
- Disponibile dal: //1996
- Etichetta:
- Metal Blade Records
- Distributore: Audioglobe
Dopo un primo, preliminare ascolto del disco in questione, nel tentativo di rendersi conto che genere di sonorità i Crisis propongano, è probabile che l’incauto fruitore possa rimanere del tutto basito e disorientato da ciò che si ha appena ascoltato: l’impressione più reale, probabilmente, è quella di aver finalmente chiuso, dopo cinquanta minuti di tentato esorcismo, la porta della stanza di Regan, la bimba posseduta protagonista de “L’Esorcista”, ed essersi salvati per miracolo. Causa di tali sensazioni è la fenomenale voce di Karyn Crisis, frontgirl del gruppo, graziosa fanciulla che, in modo assolutamente naturale, alterna dolci litanie a grida strazianti, esibendo una versatilità eccezionale, passando da vocals pulite al growl (un growl mai monocorde comunque, ricco di sfumature diverse) nel giro di pochi centesimi di secondo. Sulle sue piroette vocali, poi, intervengono gli altri componenti del gruppo a forgiare i brani, creando un sound originale e mai banale, classificabile sì come death metal, ma senza dare scontati punti di riferimento, né influenze marcate. Infatti non ci si trova di fronte al classico death floridiano, tanto meno trattasi del suono parossistico dei gruppi svedesi: la melodia è poca e non immediata (con qualche eccezione, vedi la song “Wretched”, la migliore del lotto, per chi scrive) ed il disco è molto sofferto, cerebrale, cupo e disturbante. Si intravede qualche reminiscenza dei Death, per l’intrico delle trame sonore, oppure viene esibita un’attitudine stile primi Carcass, vista la freddezza e la precisione chirurgica (oltre all’artwork splatter, preparato dalla stessa Karyn) che emanano i solchi del CD. I riff del pakistano (!) Afzaal Nasiruddeen sono efficaci nella loro ruvidità, mai ruffiani ma comunque avvincenti; la sezione ritmica (Fred Waring alla batteria e il sudcoreano Gia Chuan-Wang al basso) si ritaglia spazi da protagonista, tessendo le proprie trame con fantasia e abbondante tecnica. Grosso merito, nel plasmare a meraviglia questo “Deathshead Extermination”, va attribuito anche alla diversa etnia d’origine dei membri della band: non si riscontrano evidenti passaggi folcloristici, ma il connubio fra diverse culture ha certamente contribuito a rendere unico il songwriting dei Crisis. Tornando alla micidiale Karyn, sono opera sua anche le lyrics dell’album, riflettenti in pieno la personalità contorta della loro autrice: scritte sempre in prima persona, sono pregne di rabbia e negatività alla ricerca di una valvola di sfogo, smarrimento, volontà di fuga, violenza psicologica, vuoto interiore; e le parole usate rispecchiano la crudezza degli argomenti trattati, analizzando freddi scenari di brutali realtà. Riteniamo tale disco uno dei lavori migliori, e allo stesso tempo sottovalutati e sconosciuti, mai usciti in ambito death: pochi fronzoli, nessun orpello elettronico, una produzione precisa, tagliente, scarna il giusto e, soprattutto, adatta al mood delle canzoni; un’interpretazione senza difetti da parte del quartetto multietnico e pezzi che comunque lasciano qualcosa dentro. Particolarmente indicato per sfogare tensioni accumulate e odio inesploso.
