7.5
- Band: CROBU
- Durata: 00:38:18
- Disponibile dal: 23/05/2026
Negli ultimi anni ci è capitato spesso di ascoltare molti gruppi stoner provenienti dalla Sardegna (Bentrees, Fuzzriders, Basaltic Plateau), e non ci stupisce più di tanto che i Crobu provengano dalla stessa terra.
In ogni caso, se catalogassimo il gruppo all’interno di questa categoria, commetteremmo forse un parziale errore di valutazione, nonostante lo stesso quartetto ci tenga a presentarsi proprio con questo termine, sia per la descrizione del suono sia per le band di riferimento.
Il debutto dei Crobu, “More Than This” – autoprodotto in modo impeccabile, fra l’altro – si allontana infatti dall’aura di piacevole medietà che ha caratterizzato gran parte della produzione stoner di questi anni, preferendo posizionarsi nel periodo storico compreso tra l’inizio degli anni Novanta e il nuovo millennio, un’epoca in cui gruppi di estrazione non strettamente grunge si avvicinavano al genere in esperimenti di crossover curiosi ed eccitanti.
Certo, il sound grasso ed elettrico dei Kyuss rimane un’ispirazione innegabile per i quattro musicisti, così come alcune divagazioni chitarristiche tipiche dello space rock (“Awake”, con il suo giro di accordi che riporta direttamente a “Welcome To The Sky Valley”), ma la band mostra di saper lavorare sulle canzoni oltre che sul suono, proponendo una serie di melodie particolarmente riuscite, capaci di spostare lo sguardo dell’ascoltatore ben oltre il solito orizzonte desertico.
“More Than This”, se vogliamo, presenta due chiavi di lettura differenti: da una parte è un delizioso caleidoscopio di riferimenti e citazioni, dall’altra una raccolta di canzoni che non stancano, anzi, che si riascoltano con piacere. Prendete “Crows”, per esempio, dove un giro southern sludge si accoccola sornione intorno a una melodia tipicamente Alice In Chains, oppure la title-track, che sfodera il passo pesante (ma comunque orecchiabile) dei Tad di “8 Way Santa”, e avrete un’idea delle potenzialità del gruppo.
Le ispirazioni, come dicevamo, sono molteplici: in “The Bleed”, per esempio, fanno capolino gli Anthrax guidati da John Bush, mentre “Even Worse” è effettivamente stoner, ma nel modo in cui gli Screaming Trees interpreterebbero il genere, tra cori e divagazioni hard blues.
In una scaletta già soddisfacente, due brani riescono comunque a emergere: “Full Speed Ahead” (il cui riff di chitarra è fortemente debitore di “I Don’t Know Anything” dei Mad Season) e la conclusiva “I Am The Leaf”, una ballata dalla melodia struggente che fa da contraltare a un arrangiamento ruvido ed elettrico di cui sarebbe geloso il buon Jerry Cantrell.
“More Than This” è di conseguenza un ottimo debutto che combina cultura musicale (questo disco è figlio di ascolti attenti), passione per più generi (hard rock, grunge e stoner) e un talento compositivo che deve essere coltivato. Per una volta, ancora una volta, il suono non ha importanza, senza buone canzoni.
