7.0
- Band: CROSS BRINGER
- Durata: 00:27:24
- Disponibile dal: 21/02/2025
- Etichetta:
- Consouling Sounds
La rabbia come catarsi, la musica come rituale di purificazione. A ben cinque anni di distanza dall’esordio “The Signs of Spiritual Delusion”, i Cross Bringer riemergono dal loro purgatorio di ombre inquiete con un secondo disco che ne conferma la capacità di muoversi sinuosamente fra i mondi hardcore e black metal senza limitarsi al cosiddetto compitino di altre realtà nate sulla scia del successo (underground) di Celeste e The Secret, per una mezz’ora scarsa di musica sospesa fra convulsioni nervosissime e parentesi rarefatte, durante le quali la grana si assottiglia dando modo all’ascoltatore di riprendere il fiato.
Cinque brani lunghi (soltanto in un’occasione ci si attesta sui tre minuti di durata) e complessi, frutto di una band che, nonostante sia dislocata fra Belgio, Russia, Stati Uniti e Cipro, non fatica a conferire alla sua proposta un’unità di tutto rispetto, a riprova di un sentimento autentico e di un’esperienza che, maturata tra le fila di Predatory Void, Reka, Smile to the Wind e Downfall of Gaia, non può che essere importante.
Così com’era stato nel 2020, la base di partenza va quindi rintracciata nell’hardcore evoluto – talvolta dal prefisso ‘math’ – di tardi anni Novanta/primi Duemila, quello di pilastri come Botch, Converge e The Dillinger Escape Plan, su cui vengono poi sovrapposti strati di malvagità e atmosfere torbide a richiamare appunto un certo tipo di metallo nero contemporaneo, elementi che evitano a “Healismus Aeternus” di impantanarsi nella formula black/’post’/sludge di un “Misanthrope(s)” e replicata così tante volte nel circuito da risultare stucchevole (se non addirittura indigesta, come nel caso degli Hexis).
Un flusso che si comprime e si frammenta secondo l’andamento di un guitar work tecnico e dinoccolato, di una sezione ritmica incessante (quasi grind, a tratti) e di una vocalità che mette sul piatto un carico da novanta di rancore e fragilità, con la frontgirl Lina che non si risparmia assurgendo a vera protagonista della narrazione, fra urla, spoken word e pulito.
Il risultato è un’opera densa e vagamente pretenziosa, nella quale la forma canzone (già vacillante su “The Signs…”) viene praticamente rigettata in favore di una concatenazione infinita di cambi di tempo e di atmosfera; un’opera di transizione che, al netto della mole di riff e soluzioni al suo interno, riesce comunque a trovare il bandolo della matassa, invitando e invogliando a farsi scoprire col tempo.
Un secondo passo che potrebbe portare i Cross Bringer alla piena maturità con quella che sarà la prossima tappa del loro pellegrinaggio musicale.
