5.5
- Band: CULT OF ERINYES
- Durata: 00:43:32
- Disponibile dal: 24/05/2024
- Etichetta:
- Amor Fati Productions
Spotify non ancora disponibile
Apple Music non ancora disponibile
Lunga pausa di riflessione e scrittura per la band belga, che torna ad affacciarsi sul mercato discografico a ben cinque anni da “Æstivation”, un disco più che discreto, incapace tuttavia di ‘bucare’ e lasciare il segno, situazione che è – purtroppo – destinata a ripetersi anche con questa nuova uscita.
I musicisti di Bruxelles, capitanati dal chitarrista Corvus von Burtle, unico membro fondatore e superstite della line-up originaria (il gruppo è nato nel 2009) scelgono infatti una formula decisamente rischiosa, quella della doppia suite, per un minutaggio totale che sfiora i tre quarti d’ora. Sebbene infatti le acque tetre e paludose in cui sguazza d’abitudine il quartetto si prestino a lunghi brani, una scelta così estrema è sempre un rischio, perché ‘reggere’ un minutaggio così sostenuto mantenendo viva l’attenzione dell’ascoltatore richiede un genio particolare.
Per chi non avesse familiarità con la proposta della band, parliamo di un black metal afferente al sottofilone ‘ortodosso’, fortemente influenzato da generi affini, quali death e funeral doom, con alcuni sconfinamenti drone. Se da sempre il massiccio uso di effetti sulla voce e di riverbero nelle chitarre è ciò che caratterizza il suono dei Cult Of Erinyes (nel bene e nel male) in questo disco notiamo anche un generale aumento delle soluzioni più moderne, addirittura post-black, a discapito di quella ‘quota’ di black metal più tradizionale che in passato era parte del mix sonoro del gruppo.
Il risultato è – questa volta più che mai – estremamente monolitico, compatto e scuro: i belgi sono a loro agio nel mescolare rallentamenti atmosferici, accelerazioni furiose e melodie inquiete, ma il risultato è veramente apprezzabile sono a tranche, perché complessivamente le due composizioni risultano prive del necessario mordente, e alla lunga sfiancanti.
La struttura stessa dei brani non sembra congeniata in modo da supportare – e sopportare – adeguatamente il peso di uno svolgimento tanto prolungato: non è ravvisabile un senso di crescita, né all’interno dei singoli pezzi né prendendo l’album nel suo complesso.
Pur inserendo molti cambi di tempo, che indubbiamente vivacizzano l’ascolto, l’andamento della scrittura sembra casuale, con momenti di greve lentezza dalla forte matrice doom-death che lasciano continuamente il posto a crescendo e sfuriate black metal, e viceversa.
Volendo entrare precisamente nel merito dei brani, possiamo dire che “Death And The Voyage” è tendenzialmente più riflessivo, con un break centrale e sfumature più marcatamente doom-death, mentre “Eternity In A Second” raggiunge probabilmente picchi di violenza sonora più alti e brutali, ma la differenza tra le composizioni si ferma sostanzialmente qua.
Questo ‘saliscendi’ prolungato, che caratterizza entrambi i pezzi, finisce inoltre per rendere inoffensive le parti più violente, il cui parossismo sonoro, ripetuto senza sosta, perde alla fine di significato e di impatto.
Più in generale, in ogni caso, i Cult Of Erinyes (che non sono mai stati una cosiddetta ‘prima lama’) hanno fatto con “Metempsychosis” il proverbiale passo più lungo della gamba: ci sono certamente delle buone melodie, alcune soluzioni riuscite e perfino genuinamente inquiete ed inquietanti, che però – come già detto – finiscono per diluirsi ed annegare in un lavoro che risulta fuori fuoco, fruibile ed eventualmente apprezzabile solo da chi stravede per questo modo di intendere il metal estremo.
