DALIT – Moksha

Pubblicato il 09/02/2021 da
voto
8.0
  • Band: DALIT
  • Durata: 00:41:18
  • Disponibile dal: 15/01/2021

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Forse ai più il nome Dalit non dice molto, ma il quartetto norvegese è attivo da quindici anni ed è ormai giunto al terzo album. Forti di una formazione solida e che non è praticamente mai variata, sono dediti ad un death-doom metal che nel tempo si è evoluto ed ha incorporato elementi ed influenze interessanti che vanno ad arricchire un sound elegante e mai banale. In particolare, i due filoni da cui la band trae ispirazione sono il gothic-doom inglese degli anni ’90, quello targato Peaceville tanto per intenderci,  ed il black metal scandinavo. Se le influenze evidenti per quanto riguarda il primo sono abbastanza classiche, ossia soprattutto Paradise Lost e primi Anathema, oltre ai loro degni successori Swallow The Sun, per il secondo non sono così scontate, in quanto i nostri sembrano avere una certa passione per il black’n’roll dei connazionali Satyricon, quelli più ruspanti di “Volcano” o “Now, Diabolical” e ciò si sente nelle linee melodiche delle chitarre, perlomeno in alcuni pezzi, nella voce, uno screaming gutturale ma non troppo feroce, e nei ritmi serrati tenuti dalla batteria. I brani sono un concentrato di brutalità e malinconia, con sfuriate tra death e black, gelide eppure piene di una furia che pare essere sotto controllo, e attimi in cui fa capolino una luce inaspettata. L’opener “Sons Of Adam, Daughters Of Eve” è il brano più rappresentativo: si parte con poche note di tastiera, che poi ritorneranno anche durante lo svolgimento del pezzo e alla chiusura, per esplodere in un tormentato alternarsi tra il growl del cantante/bassista Erik Hellem e le clean vocals dell’ospite Guro Birkeli. Nella successiva “The Best Of All Possible Worlds” quest’ultima mitiga le melodie death con un vocalizzi simili a quelli della nostra Cristina Scabbia. “Hallways Of Sadness” invece è saldamente piantata nel terreno dei Paradise Lost degli anni ’90, con riff che sembrano usciti dalla chitarra di Mackintosh. Degna di nota anche la conclusiva “Fra Jord Til Støv”, in equilibrio fra lentezza, pesantezza, epicità e maestosità, e con un suadente intramezzo di violino suonato dall’altra guest Henriette Lindstad Børven. Rimarchevoli anche i testi: la band ha una vera passione per l’India (Dalit è sinonimo di Pària, i cosiddetti ‘intoccabili’ delle caste indiane, mentre Moksha è un termine utilizzato sia nell’Induismo sia nel Buddismo per indicare varie forme di emancipazione) e i brani sono vere e proprie riflessioni su sofferenza, passaggio dalla vita alla morte ma anche salvezza e liberazione.

TRACKLIST

  1. Sons Of Adam, Daughters Of Eve
  2. The Best Of All Possible Worlds
  3. Starlight
  4. Anthem
  5. Hallways Of Sadness
  6. Red (Pt. I)
  7. Red (Pt II)
  8. Fra Jord Til Støv
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