DANZIG – Black Laden Crown

Pubblicato il 25/05/2017 da
voto
4.5
  • Band: DANZIG
  • Durata: 45:10
  • Disponibile dal: 26/05/2017
  • Etichetta: AFM Records
  • Distributore: Audioglobe

Caro vecchio Glenn, come sono lontani i vecchi fasti… Solo con le foto promozionali e artwork si nota come dal discreto “Deth Red Sabaoth” le cose siano andate sempre peggio, anche solo facendo caso ad una forma estetica al limite del professionale, trattandosi di un nome di questo calibro. Tommy Victor dietro tutte le corde e presenti alla batteria nomi come Johnny Kelly, Joey  Castillo, Dirk Verbeuren, Karl Rockfist accompagnano Mr. Danzig nel suo funereo heavy rock funereo, ormai lasciato al rimuginare la vecchia storia, ma anche la loro performance sembra fiacca ed annoiata fin dalle prime linee del discorso. Sembra veramente difficile pensare che si sta parlando di coloro che hanno contribuito a lavori targati Prong (Victor), Type 0 Negative (Kelly), Soilwork (Verbeuren), Queens Of The Stone Age (Castillo), per non parlare degli stessi lavori di Danzig. Se con la prima “Black Laden Crown” si può ancora passare il lascito di un frontman storico come il protagonista e le sue tonalità morrisoniane e da crooner funereo, almeno in fase compositiva lontano sette anni dalle ultime produzioni, è con la seconda “Eyes Ripping Fire” che si intuisce già come i toni siano veramente bassi. Un pattern iniziale di batteria che definire scadente è un regalo, un groove che praticamente non esiste, e delle vocals che – ahimè – fanno quasi male, soprattutto nella prima metà del disco. La coesione musicale è quasi assente tra le parti in gioco, con il risultato di dare l’impressione di un lavoro in studio che pecca anche per una mancanza di genuina attitudine punk da sala prove, inquadrandosi, purtroppo, come un lavoro slegato, scialbo e difficilmente amalgamato tra i suoi componenti. Il buon vecchio Danzig è come un buon amico a cui non si può smettere di voler bene, anche dopo le performance degli ultimi anni, ma con questo “Black Laden Crown” non resta veramente nulla che valga la pena sentire. La produzione (più low-budget che lo-fi) dell’album, poi, gioca a sfavore praticamente di tutto, risultando essere il fattore determinante per fa colare definitivamente a picco tutto il resto. La batterie, già scarnificate all’essenziale già di per sé a livello di partiture, suonano datata anche per i maggiori estimatori dello stile, le chitarre sono sotto tono nel mix, se non per qualche solo funambolico (“Devil On Hwy 9” e alcuni momenti chitarristici più trascinanti di “The Witching Hour” e “Blackeness Falls”), il basso è difficilmente distinguibile, praticamente sotterrato e quasi inesistente, e le vocals sono decisamente troppo alte, come nelle peggiori forme di karaoke da locale nipponico, penalizzando ancora di più lo stato di forma sbiadita di Danzig e annullando completamente ogni tipo di dinamica degli strumenti. Non vi è praticamente più ombra di stile, grandezza e qualità in questo nuovo lavoro targato Danzig, se non qualche sporadico (ma anche qui la simpatia e il bene che si prova per il personaggio giocano la loro parte più determinante) momento soddisfacente, seppur al minimo, come “Last Ride”, forse la canzone migliore del decimo album in studio dell’ex Misftis. I finali delle canzoni sono quasi tutti fade out e le liriche sono copia e incolla di qualsiasi lavoro goth/horror/dark che si può trovare online, senza nemmeno tirare in mezzo la sua stessa discografia.  L’assenza di dinamica echeggia in ogni momento del disco, e la sensazione di noia mortale lascia annichiliti. Vero è che l’approccio all’album rimane vincolato dalla storia del nome sulla copertina, ma se si parla di contenuto qui c’è veramente poco che valga oggi la pena di ascoltare, anche per un lavoro amatoriale di una band sconosciuta. Una sensazione di frustrazione e di rammarico per un artista di questo livello è tutto ciò che resta dopo questi quarantacinque minuti. Si può arrivare alla sufficienza, se si è estimatori difensori in tutto e per tutto, ma è quasi un’impresa. Ed ascoltare un album musicale di tre quarti d’ora, decimo in una carriera di questo tipo e con questi musicisti e la loro storia, dovrebbe essere un’esperienza ben diversa. C’era della musica grandissima dietro questo nome, del cuore e dello spirito veri. Purtroppo ora c’è “Black Laden Crown”.

TRACKLIST

  1. Black Laden Crown
  2. Eyes Ripping Fire
  3. Devil On Hwy 9
  4. Last Ride
  5. The Witching Hour
  6. But a Nightmare
  7. Skulls & Daisies
  8. Blackness Falls
  9. Pull the Sun
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