DARK LUNACY – Devoid

Pubblicato il 01/05/2015 da
voto
9.0
  • Band: DARK LUNACY
  • Durata: 01:08:29
  • Disponibile dal: 01/01/2000
  • Etichetta: Fuel Records
  • Distributore: Self

Correva l’anno 2000. Altra Italia, altro scenario musicale, altra epoca. Irrompeva sul mercato “Devoid”, primo album dei parmensi Dark Lunacy. Erano anni, quelli, di death melodico a gettito continuo in Europa e nel nostro paese, di conseguenza l’esordio della band sarebbe potuto finire confuso tra le decine di epigoni dei Dark Tranquillity che spuntavano come funghi in quel periodo. Il disco ebbe in generale recensioni positive, se non entusiastiche, ma da qui a far presagire che, quindici anni più tardi, saremmo qui a parlarne come uno dei “classici” del metal estremo italiano, sarebbe stato ben arduo da pronosticare al momento della sua uscita. Ma si sa, il miglior giudice per stabilire il valore di un’opera discografica è il tempo, l’impressione che è in grado di rilasciare ad anni di distanza quando la si riascolta. Così, mentre il rinnovato quartetto guidato da Mike, passato da un doloroso split, con l’addio definitivo di uno dei due membri fondatori e principali compositori, Enomys, sta vivendo uno dei suoi periodi di auge sull’onda dell’ottimo “The Day Of Victory”, andiamo a riprenderci “Devoid”, a sentire cosa è in grado di suscitare nel nostro animo. L’attacco è di quelli che segnano indelebilmente la memoria: “Dolls” è infatti uno di quei pezzi entrati nell’elite del miglior metal italiano, una vera hit underground, aperta da un giro di violini diventato negli anni goduriosamente familiare, presagio di tutte le delizie a venire nei minuti successivi. L’opener è diventata in brevissimo tempo il brano simbolo della formazione, sia per la memorizzabilità, sia perché condensa i marchi di fabbrica a cui il gruppo è rimasto sempre fedele, pur con alcune variazioni tra un album e l’altro. Ferocia death metal, struggenti inserti di archi, la malinconia diffusa di lunghi inverni bui e freddi, punteggiature pianistiche e atmosfere care al gothic/doom inglese si mescolano in uno stile dalle molte influenze, ma dall’identità già perfettamente formata. Sono composizioni sensibili e toccanti quelle dei Dark Lunacy, articolate, avvincenti nel loro insieme come nelle singole sezioni. Gli arrangiamenti sinfonici non sono mai uguali da una traccia all’altra, dialogano e interagiscono visceralmente con la strumentazione prettamente metal, creando un tutt’uno inscindibile. Con “Forlorn” ecco arrivare un altro tassello portante della proposta a firma Dark Lunacy: la tangibile fascinazione per la cultura russa, sia essa musica, storia, letteratura. I cori qui inseriti e certe melodie richiamanti il folclore di quelle terre bene si integrano all’intransigente death metal della formazione che, è bene sottolinearlo, non si è mai tirata indietro quando c’è stato da picchiar duro, sia in principio che nel proseguo della carriera. Procedendo nella tracklist, ci si può rendere conto di quanto “Devoid” fosse stato curato nei minimi dettagli sostanziali e formali, e non presentasse sbavature di alcun tipo, né nella produzione, né nell’assemblaggio della musica, né per quanto riguarda la veste grafica. Fa specie anche pensare alla maturità dimostrata da questi ragazzi nel coordinare tutte le persone coinvolte nel disco: tra coristi, quartetto d’archi, seconda voce, sono in molti a comparire qua dentro, e non soltanto per un breve cameo, ma per parti di durata considerevole e importanti nell’economia dell’album. Nella complessità dell’architettura complessiva, non si perde mai la doverosa forza propulsiva del death svedese: il riffing è massiccio, le ritmiche si destreggiano agevolmente fra partiture groove spaccaossa e le tipiche accelerazioni in doppia cassa del melodic death. Un po’ tutte le canzoni meriterebbero di essere descritte nei dettagli: c’è sempre un aspetto da sottolineare, un piccolo orpello riproposto magari soltanto per pochi secondi e non più ripreso altrove che finisce per restare in mente ed essere apprezzato. A livello strettamente personale, detto della celeberrima apertura di “Dolls”, le preferenze ricadono su “Fall” e “Varen’ka”. Nel primo caso, viene messo in luce il lato più melodico di Enomys e compagni, con un riffing più aperto a danzare in un sanguinoso valzer assieme al quartetto d’archi, mentre voci femminili, clean vocals maschili e il solito roboante growl di Mike si alternano e sovrappongono nel connotare di colori forti e cupi il pezzo. Per “Varen’ka” il discorso è opposto: i Dark Lunacy sfoderano gli artigli e compiono una mattanza di proporzioni bibliche. Le velocità salgono, toccando punte parossistiche, la batteria di Luigi Berti scatena un pandemonio di blast-beat sfrenati e si conclude la corsa in un sovraccarico di chitarre serratissime, sviolinate supreme, eteree voci femminili. Una gran mazzata, senza rinunciare a un persistente retrogusto poetico. I successivi capitoli discografici confermeranno la bontà del progetto, consolidando soprattutto in Russia e Sudamerica, mercati di riferimento del gruppo, il potere immaginifico di questa personale forma di death metal. Dopo tanti anni senza riuscire ad essere profeti in patria, ora le cose sembra si stiano muovendo anche su questo fronte, e per la prima volta da molto tempo i Nostri si sono impegnati in un approfondito tour lungo lo Stivale. Insomma, un ripasso di “Devoid” è quanto mai doveroso…

TRACKLIST

  1. Dolls
  2. Stalingrad
  3. Forlorn
  4. Frozen Memory
  5. Cold Embrace
  6. December
  7. Devoid
  8. Varen'ka
  9. Time for Decay
  10. Fall
  11. Take My Cry
4 commenti
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