DARK TRANQUILLITY – Projector

Pubblicato il 21/03/2020 da
voto
9.0
  • Band: DARK TRANQUILLITY
  • Durata: 00:54:23
  • Disponibile dal: 10/08/1999
  • Etichetta: Century Media Records
  • Distributore: Self

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Fine anni ’90. Dopo l’esplosione commerciale del Gothenburg sound, culminata a metà decade con gli immortali “Slaughter of the Soul”, “The Jester Race” e “The Gallery”, le strade dei rispettivi protagonisti sono destinate a dividersi: se gli At The Gates scelgono la via più drastica, con uno scioglimento all’apice del successo, e gli In Flames quella più logica, con un’evoluzione che parte da “Whoracle” e culmina nell’altrettanto valido (se pur più diretto) “Colony”, i Dark Tranquillity optano invece per l’opzione più rischiosa. Dopo aver dato alle stampe l’eccellente “The Mind’s I”, il cui unico difetto è essere uscito in scia al succitato capolavoro precedente ed avere una produzione non all’altezza, il quintetto svedese decide di mutare pelle, determinato ad uscire dal recinto mediatico della loro nicchia (probabilmente con la consapevolezza di non potersi ripetere ai livelli che loro stessi hanno imposto) e al tempo stesso desideroso di abbracciare un trend elettronico allora in pieno fermento, come dimostrato dalle sperimentazioni portate avanti in quell’epoca da band come Paradise Lost e Moonspell. Pur senza elementi di discontinuità esogeni – il produttore resta il fidato Fredrik Nordström, così come il nucleo compositivo formato da Martin Henriksson, Niklas Sundin e Anders Jivarp, con contributi occasionali di Mikael Stanne e del dimissionario Fredrik Johansson: il tastierista Martin Brändström si aggiungerà infatti solo a valle nel tour – “Projector” mostra comunque marcati tratti di stacco rispetto al passato, mettendo da parte la magniloquenza lirica ed introducendo a piene mani effetti elettronici, parti di piano e soprattutto le tanto temute clean vocals del rossocrinito cantante, in una sorta di melo-gothic-death dove ogni prefisso sovrasta il precedente. Come se non bastasse, nelle interviste dell’epoca la band sembra voler ripudiare il suo recente passato – con tanto di ‘farewell show’ prima di dare largo spazio nei live show ai nuovi pezzi – e col senno di poi è evidente il tentativo di rivendicare la propria identità artistica, se pur in modo un po’ troppo repentino e con un estremismo che lascerà poi spazio ad un più ragionevole compromesso nei successivi lavori (non tanto nell’incompleto “Haven”, quanto nella trilogia “Damage Done”, “Character” e “Fiction”, senza dimenticare il gemello postumo “Atoma”). Stante questa lunga premessa, appare più che comprensibile lo scetticismo con cui venne accolto all’epoca l’esordio su Century Media, ma, sentito con le orecchie di oggi, “Projector” suona ancora come un gioiellino da riscoprire nella sua interezza. Fin dall’intro di pianoforte di “FreeCard”, delicatamente affilata nell’unione di chitarre e arrangiamenti, è evidente la direzione del nuovo corso, ribadita in modo ancora più marcato dalla violenza controllata di “ThereIn”, in perfetto equilibrio tra bordate ritmiche e momenti più atmosferici, resi indimenticabili da un ritornello ormai storico. Il percorso di allontanamento, dal melo-death al gothic, prosegue con “UnDo Control” (quasi più simile a una “Raven Claws” dei Moonspell che a “Insanity’s Crescendo”, grazie al gioco di specchi con le libidinose female vocals di Johanna Andersson) e ancor più con “Auctioned”, a tutti gli effetti un pezzo atmosferico in cui a dominare la scena è la struggente interpretazione di Stanne, che in quest’occasione abbandona interamente il growl. Un discorso simile, e se possibile ancora più intenso, vale per “Day to End” (primo pezzo scritto interamente dal vocalist), mentre la malinconia catartica di “Nether Novas” si pone idealmente nel mezzo, mescolando nei suoi oltre sei minuti diversi umori. Non poteva mancare ovviamente qualche scapocciata ritmica più energica: se “To a Bitter Halt”, “The Sun Fired Blanks” e “Dobermann” suonano come una versione levigata e corretta del Gothenburg sound che fu, il tiro della conclusiva”On Your Time” suona oggi prodromico del sound che troverà definitiva maturazione un paio di dischi più tardi. Anche se a posteriori giudicato con riserva dalla band stessa – il chitarrista Niklas Sundin lo definirà una decina di anni dopo come ‘la zia un po’ matta’ del parentado discografico – non c’è un passaggio a vuoto tra i solchi di un album che guarda al futuro senza rinnegare il passato. Un futuro passato che, anche vent’anni dopo, suona ancora di stretta attualità e merita di essere riscoperto, potendone apprezzare appieno sia il significato storico che il valore intrinseco dei pezzi.

TRACKLIST

  1. FreeCard
  2. ThereIn
  3. UnDo Control
  4. Auctioned
  5. To A Bitter Halt
  6. The Sun Fired Blanks
  7. Nether Novas
  8. Day To End
  9. Dobermann
  10. On Your Time
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