DARK TRANQUILLITY – The Mind’s I

Pubblicato il 21/04/2010 da
voto
8.5
  • Band: DARK TRANQUILLITY
  • Durata: 00:46:30
  • Disponibile dal: 21/04/1997
  • Etichetta: Osmose Productions
  • Distributore: Audioglobe

Il lato oscuro di "The Gallery"? Anche, ma non solo. "The Mind’s I", terzo full-length dei Dark Tranquillity ed ultima release sotto l’egida della Osmose Productions, segue a due anni di distanza il già citato masterpiece dell’allora nascente Gothenburg sound e rappresenta un punto di non ritorno per il five piece svedese, successivamente mutato in sestetto ed autore di una svolta stilistica nel proprio sound. A Stanne e soci, ormai lo sappiamo bene, non è mai piaciuto ripetersi, e questo album non è che una delle prime dimostrazioni. Sarebbe stato troppo facile sfornare un "The Gallery – Part 2", e invece "The Mind’s I" – pur nel suo essere molto di meno, dal minutaggio delle canzoni all’accordatura ribassata delle chitarre – riesce ad essere molto di più: se infatti da un lato permangono intatte le coordinate stilistiche del genere che loro stessi hanno contribuito a plasmare, dall’altro in quest’occasione i nostri mostrano di prediligere un approccio molto più scarno e ‘in your face’, quasi hardcore se comparato alla grandeur e a alla varietà compositiva che aveva caratterizzato il precedente platter. Nascono così canzoni martellanti e abrasive come "Dreamlore Degenerate" e "Zodijackyl Light", caratterizzate però da struggenti inserti melodici, mentre tra la malinconia del gothic e l’aggressività del thrash si muove invece la più dilatata "Hedon" (cui prende parte anche Anders Friden dei cugini In Flames), primo embrione di quello che, dopo una gestazione di qualche anno, diventerà il sound di "Projector". Tagliente come una falce, cattiva come la furia e sensuale come una rosa è, fin dal titolo, "Scythe, Rage and Roses" – anche se delle rose in questo caso non restano che alcuni petali abbattutti dalla furia della mietitrice – così come "Dissolution Factor Red", altro episodio dal minutaggio contenuto in cui il tupa-tupa di Jivarp non concede un attimo di tregua alle orecchie dell’ascoltatore; tregua invece concessa poco dopo dal decadentismo gotico di "Constant", vicina alle atmosfere della già citata "Hedon". Menzione a parte per "Insanity’s Crescendo", il classico pezzo che da solo vale il prezzo dell’album ed ancora oggi uno dei classici ineguagliati nella discografia del gruppo; introdotta da delicati vocalizzi femminili e da un delicato arpeggio, la settima traccia si sviluppa secondo un climax emotivo e musicale che raggiunge il suo apice nelle urla catartiche di uno Stanne in stato di grazia, accompagnate da un riffing che ci riporta ai fasti di "Punish My Heaven" e "Lethe" e da un sottofondo tastieristico che ritroveremo sotto ben altre forme negli anni a venire: semplicemente un capolavoro senza tempo. Si torna poi a premere sull’acceleratore con "Atom Heart 243.5", ennesima prova di forza del rosso crinito singer e della band tutta, impegnata in una sorta di "The New Build" ante litteram. Si rallenta poi di nuovo con "Tidal Tantrum", breve parentesi melodica in cui le ritmitche serrate lasciano il posto a riff onirici, prima che la tempesta sonora torni a scatenarsi con "Tongues", ultimo colpo di falce il cui letale impatto viene attutito da assoli e riff più melodici, secondo i canoni definiti nel corso delle dieci tracce precedenti. La title-track strumentale – preludio a quello che, da "Ex-Nihilo" a "My Negation", diventerà un marchio di fabbrica della band – chiude in bellezza un disco che, soprattutto se paragonato al suo illustre predecessore e all’altrettanto discusso successore, risulta ancora oggi controverso ma, forse proprio per questo, ancora più ricco di fascino. Guardando in prospettiva, si trovano qui i prodromi di quel perfetto binomio tra potenza e melodia che, da "Damage Done" in poi, permetterà ai Dark Tranquillity di (ri)affermarsi come alfieri del Gothenburg sound del terzo millennio. Al di là dell’importanza storica, anche nel suo contesto originale questo disco resta uno degli apici compositivi nella nutrita discografia dei nostri, nonostante una produzione non troppo brillante – ottenuta presso i rinomati Fredman Studios, autentica fucina di capolavori dello Swedish Death – ed una solo apparente involuzione compositiva ne abbiano fatto uno dei più trascurati dai fan e, per certi versi, dalla band stessa. Eppure, ad oltre dieci anni di distanza, è ancora oggi un piacere immergersi nel fascino oscuro dell’occhio della mente, lasciandosi avvolgere dal suggestivo artwork – non a caso realizzato con fotocamere Hasselblad, ovvero quanto di più lontano rispetto alla computer graphic che farà la fortuna della Cabin Fever di Sundin negli anni a venire – e dai testi metafisci di uno Stanne mai così ispirato a livello lirico.

TRACKLIST

  1. Dreamlore Degenerate
  2. Zodijackyl Light
  3. Hedon
  4. Scythe, Rage and Roses
  5. Constant
  6. Dissolution Factor Red
  7. Insanity's Crescendo
  8. Still Moving Sinews
  9. Atom Heart 243.5
  10. Tidal Tantrum
  11. Tongues
  12. The Mind's Eye
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