DARKEST HOUR – Darkest Hour

Pubblicato il 25/08/2014 da
voto
7.0
  • Band: DARKEST HOUR
  • Durata: 00:55:51
  • Disponibile dal: 04/08/2014
  • Etichetta: Sumerian Records
  • Distributore:

Ottava fatica in studio per la band statunitense, da sempre affidabile autrice di un buon melodic death metal decisamente affine alla scena di Gothenburg/Helsingborg. E’ ormai acqua passata la separazione dal chitarrista compositore Kris Norris e, dopo un paio di album diciamo di transizione, i Nostri con questo omonimo capitolo hanno deciso di provare la sterzata definitiva. Per far capire ai nostri lettori la portata del cambiamento, tireremo in ballo un po’ di memoria storica: ricordate quando nel 2002, gli In Flames diedero alle stampe un album come “Reroute To Remain”? In molti, moltissimi fan e non solo, gridarono allo scandalo, accusandoli di essere dei venduti, di essere montati sul carrozzone dei modaioli e di avere fatto ciò che conveniva maggiormente alle loro tasche. Oggi, a dodici anni di distanza gli In Flames sono ancora sulla cresta dell’onda e magari qualche scettico della prima ora oggi avrà anche rivalutato quel disco che alla fine tanto male poi non era. Ecco, con le dovute proporzioni ovviamente, i Darkest Hour, che non hanno mai inventato nulla di nuovo ma si sono sempre fatti notare in positivo per un sogwriting più che dignitoso, oggi danno alle stampe il loro “Reroute To Remain”. Affidatisi al giovanissimo Taylor Larson (già alle prese con i Periphery), il quintetto di Washington ha dato la svolta definitiva al loro sound inserendo una quantità piuttosto massiccia di melodia e facendola divenire il punto fermo delle composizioni, fatta eccezione giusto per un paio di episodi più thrash/death-oriented come “Rapture In Exile” o “Lost For Life”, che non a caso sono anche i brani più brevi del platter. Sono episodi come “Futurist”, la opening track “Wasteland”, o il singolo “The Misery We Make” che, oltre a far storcere sicuramente il naso ai fan più affezionati dei primi lavori della band, sono chiari segnali della direzione artistica che il quintetto americano ha deciso di prendere: refrain orecchiabilissimi e memorizzabili già dal primo ascolto, strutture delle canzoni decisamente semplificate e clean vocals a tutto spiano. A questo proposito dobbiamo dire che John Henry, pur non essendo mai stato un campione in termini di personalità, assesta le sue prestazioni vocali su livelli sempre tutto sommato più che sufficienti, ed anche in questo caso non si smentisce. Tra chi griderà allo scandalo e chi esalterà questo disco come un autentico capolavoro, noi preferiamo assestarci nel mezzo, riconoscendo ai Darkest Hour sia il coraggio di osare e di cambiare direzione non fossilizzandosi sulle stesse soluzioni, che le loro ispirazioni e la loro capacità di saper oggettivamente scrivere delle belle canzoni. Per contro questo “self titled” non è scevro di difetti: in primo luogo riteniamo che la sua durata sia un tantino eccessiva, non tutti i brani sono indispensabili e arrivare fino in fondo all’ora scarsa di durata può divenire un’impresa ardua. In secondo luogo, nonostante questo disco abbia l’intenzione di essere la classica ‘ventata d’aria fresca’, in realtà tale non è, in quanto stilisticamente va a ripercorrere strade già abbondantemente battute da gruppi quali appunto Soilwork e, appunto, In Flames era “Reroute To Remain” e “Soundtrack To Your Escape”. A questo punto sarà interessante scoprire se questo album rimarrà un episodio isolato nella carriera dei Darkest Hour oppure sarà il LA per dare inizio ad un nuovo corso.

TRACKLIST

  1. Wasteland
  2. Rapture In Exile
  3. The Misery We Make
  4. Infinite Eyes
  5. Futurist
  6. The Great Oppressor
  7. Anti-Axis
  8. By The Starlight
  9. Lost For Life
  10. The Goddess Figure
  11. Lunar Divide
  12. Beneath The Blackening Sky
  13. Surrealist
  14. Hypatia Rising
  15. Departure
2 commenti
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