DAUGHTERS – You Don’t Get What You Want

Pubblicato il 30/10/2018 da
voto
8.0
  • Band: DAUGHTERS
  • Durata: 48:10
  • Disponibile dal: 26/1
  • Etichetta: Ipecac Recordings
  • Distributore:

“Their bodies are open / Their channels are open / This world is opening up.” 

Non si ottiene sempre ciò che si vuole. Lo si impara abbastanza facilmente passata l’infanzia. Nella musica, però, un affiancarsi ad un certo nome vuol dire associarsi ad un genere, ad un’istanza, ad un’attitudine specifici. Anche nelle più eclettiche formazioni e avanguardie. Bene. Coi Daughters che entrano nella Ipecac di Mike Patton, dopo 8 anni dal precedente lavoro discografico, si va incontro ad un qualcosa che il cervello non pensava certamente di incrociare in maniera così diretta. “You Don’t Get What You Want” è un rompicapo, un mash up di electro noise scabroso e abrasivo che ti entra nella corteccia celebrale come uno strumento chirurgico.
“Uno sforzo deciso per rifarmi sia alla mia ammirazione sia all’influenza di colonne sonore e altre forme di musica minimale, oltre che momenti auto-referenziali”, comunica il chitarrista Nick Sadler. E non sembra un discorso così semplicistico perché all’interno dell’album sono presenti numerosi riferimenti e numerosi pattern riconducibili ad aree artistiche che si inseriscono perfettamente in questo squilibrio distorto. Brani come “Satan In The Wait”, arrivando da momenti più roboanti, sembrano quasi recuperare una certa dose di ritmiche accattivanti tipiche del noise rock, in cui l’eco di Nick Cave e i suoi primordiali Birthday Party sembra roteare insieme a rimandi a John Carpenter, in un pastiche sonoro che riesce a risultare affascinante in tutto il suo grondare inquietudine. Momenti come “The Flammable Man” e “The Lords Song” (complessivamente 5 minuti di musica) sembrano descrivere cosa succederebbe se i Converge si tingessero di Godflesh e perdessero completamente l’ultimo barlume di materia grigia: post-hardcore schizzato, abrasivo e industriale. Il post-punk berlinese ritorna spesso, soprattutto nella rumorosa “The reason They Hate Me” e la successiva “Ocean Song”, che martella il suo pattern ritmico e le poesie malsane di Alexis Marshall – quasi un nuovo Jaz Coleman – e un suono di synth che ti penetra come un bisturi dentro le orecchie. Perfetto suggello di cera per il gran finale la cantilena rumorosa di pietà per accedere alla casa dell’ospite, “Guest House”, nel suo incedere à la The Body, nel suo sfilare dalle pareti come i colori che mancano totalmente in questo immaginario di miseria e devastazione, infine tinto da un suono di archi che lascia intendere un certo sguardo più lontano (chissà…). Il nuovo corso dei Daughters è senza compromessi, senza barriere, senza il minimo intento di compiacere, eppure il più accessibile, il più malleabile, il più eclettico prodotto discografico che il quartetto di Providence, Rhode Island, abbia mai portato a compimento. Il loro lavoro più lungo, più maturo e forse più efficace. Dietro tanta ruvidità, veleno sonoro e disagio abrasivo si può davvero trovare della recondita, oppressiva bellezza industriale.

“I’ve been knocking and knocking /and knocking and knocking / Let me in”

TRACKLIST

  1. City Song
  2. Long Road, No Turns
  3. Satan In The Wait
  4. The Flammable Man
  5. The Lords Song
  6. Less Sex
  7. Daughter
  8. The Reason They Hate Me
  9. Ocean Song
  10. Guest House
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