7.0
- Band: DAUÞUZ
- Durata: 00:44:12
- Disponibile dal: 28/05/2026
- Etichetta:
- Amor Fati Productions
Mantenendo un ruolino di marcia piuttosto impressionante, tornano nuovamente i tedeschi Dauþuz con il loro settimo album in dieci anni di carriera, a due anni esatti di distanza dal primo “Uranium”. I nostri hanno creato un piccolo sottogenere, ovvero il black metal dedicato alle miniere e ai minatori e “Uranium II” si occupa di raccontare le storie delle miniere dopo la Seconda Guerra Mondiale nella zona della Boemia, soffermandosi anche stavolta sulle condizioni di vita dei lavoratori e sulla distruzione ambientale.
Non è molto difficile riconoscere lo stesso approccio dei Panopticon del celeberrimo e seminale “Kentucky”, ma i Dauþuz musicalmente sono piuttosto lontani, affiliandosi a suoni decisamente diversi – in parte tedeschi – visto che troviamo similitudini con Imperium Dekadenz o Ungfell, anche se non è difficile riconoscere la malinconica e serrata epicità dei Forteresse. Proprio da questi ultimi viene ripreso un modus operandi peculiare da parte dei Nostri, i quali talvolta introducono i brani con eterei arpeggi di chitarra per esplodere poi in aggressive cavalcate tipiche dei canadesi (“Joachimstahl”, “Hammerzwang” e la migliore del lotto, “Bluteisen”).
Interessante è anche l’uso della voce, divisa fra un classico scream black metal e un urlato più selvaggio di ascendenza Burzum, utilizzato in modo simile di recente anche dagli svizzeri Vigljos. “Uranium II” è un disco interessante tanto quanto il precedente “Uranium” e con esso ne condivide strutture, soluzioni e in generale suoni ed umori, bilanciandosi fra black metal, epicità, momenti più corali e qualche frangente più intimista ed atmosferico.
I brani però, nonostante siano ben lavorati, tendono, dopo ripetuti ascolti, ad assomigliarsi un po’ tutti, rendendo “Uranium II” un disco da gustare nella sua interezza e facendo così perdere, secondo noi, un po’ la narratività che invece emerge molto di più nel già citato “Kentucky” dei Panopticon.
Certo, ci sono anche qui alcune voci campionate che si riferiscono ovviamente ad episodi storici tra cui un lugubre intermezzo con spari e disordini, ma una certa monoliticità strutturale ci rende più difficile apprezzare la storia senza il libretto coi testi davanti (senza contare l’ostacolo della lingua tedesca per chi non la parla, ma rispettiamo la scelta stilistica).
Notevole invece la copertina, che in qualche modo sconfina in un surreale fantasy, con questa altissima torre centrale che difficilmente lascia scappare riferimenti ad Isengard, Mordor e a ben peggiori miniere.
In definitiva, riteniamo il percorso dei Dauþuz interessante e originale come idea, anche se forse troppo denso di uscite e ancora parzialmente sviluppato (e sviluppabile), narrativamente parlando.
Per gli amanti del black metal di scuola ‘tedesca’, magari un po’ lontano dalla solita matrice norvegese, i Dauþuz restano comunque una band da seguire che vi consigliamo di scoprire, visto che di dischi ne girano in abbondanza.
