7.5
- Band: DAUÞUZ
- Durata: 00:49:32
- Disponibile dal: 30/04/2024
- Etichetta:
- Amor Fati Productions
L’universo black metal tedesco è sterminato e da parte nostra sarebbe decisamente poco intelligente, ormai, gridare alla costituzione di un sound vero e proprio, visto che per chi sa leggere la nostra musica in maniera strutturata, si tratta di una realtà indiscutibile da molti anni.
E’ comunque corretto sottolineare come ci siano elementi ricorrenti in moltissime band tedesche di valore: il misticismo, l’amore per la filosofia, l’introspezione e un interesse rivolto al passato spesso focalizzato su storie popolari e dall’estetica Verista, se volessimo fare un paragone con i generi della letteratura. Di queste caratteristiche sono pregni i Dauþuz, in attività dal 2016, visto che si occupano di raccontare storie principalmente collegate con storie di minatori provenienti dal passato.
Il duo, formato da Aragonyth S. e Syderyth S., è molto prolifico e in meno di una decade è arrivato al quinto album, più un’uscita remix di un disco precedente e vari EP. Per chi scrive, il momento più alto finora della carriera dei nostri è “Monvmentvm” del 2019, ma possiamo dire che un po’ tutta la storia discografica dei due tedeschi si assesta su buoni livelli.
“Uranium” si occupa, concettualmente parlando, di raccontare storie legate all’escavazione dell’uranio, con un velo di malinconia e tragedia imminente che percorre i cinquanta minuti dell’opera. Musicalmente siamo di fronte ad un black metal atmosferico, epico e parzialmente malinconico che può percorrere un sentiero che spazia dai Lunar Aurora ai primi Falkenbach, dagli Imperium Dekadenz al black metal canadese di Forteresse e Sorcier Des Glaces, passando anche per i fin troppo dimenticati Mayhemic Truth e per cantilene recitate e sussurrate di ascendenza Empyrium.
A ricordarci il concept, sono proprio i crepitii del contatore geiger ad aprire “Pechblende (Gedeih und Verderben)” e il mondo dei Dauþuz si schiude abbastanza in fretta nei quasi dieci minuti dell’opener: black metal tirato, squillante ed epico come la scuola canadese, ma arricchito da cori, aperture acustiche e in generale una struttura sufficiente a sopportare lunghi minutaggi.
La seguente “Radonquelle 1666” conferma quanto di buono sentito, mentre è “Wüst Die Heimat” ad aggiudicarsi il titolo di brano da ricordare più di altri, visto che sfrutta la miglior combinazione tra musica e voce, con le urla furibonde di Syderyth G. ad intrecciarsi con un coro veramente epico. Tutto il resto di “Uranium” prosegue sulle stesse coordinate, forse con un po’ meno di pathos, ma possiamo comunque ritenere questo ritorno dei Dauþuz come riuscito.
Certo, qualche brano indugia forse un po’ troppo nella lunghezza e il suono complessivo si ricollega a territori ben ampiamente esplorati, ma non possiamo ritenere il duo della Turingia come compendioso o non all’altezza, anzi. Bentornati anche a loro, dunque.
