7.0
- Band: DAUÞUZ
- Durata: 00:57:29
- Disponibile dal: 12/11/2021
- Etichetta:
- Amor Fati Productions
Si dice che nella vita sia certa solo una cosa: la morte. In tedesco antico ‘Dauþuz’ significa proprio ‘morte’, una certezza che si riflette non solo nel nome della band, ma soprattutto nella sua proposta musicale. Il duo, originario della Renania settentrionale, si è formato nel 2016 ed ha all’attivo già tre album e due EP. In pochi anni i Dauþuz hanno scavato nelle sonorità del black metal più antico plasmandolo, come fosse vetro incandescente, con ventate epiche e sospiri folk, conquistandosi così, anno dopo anno, una solida autenticità. Il verbo scavare, usato pocanzi, non è casuale ma è un termine specifico che si sposa perfettamente ad un luogo tanto caro ai Nostri: la miniera. Nel corso degli anni, infatti, per comporre i propri album la band si è sempre ispirata a racconti sull’estrazione mineraria ed il nuovo lavoro non fa alcuna eccezione. Il quarto full-length, intitolato “Vom Schwarzen Schmied” (in italiano “Dal Fabbro Nero”), si può definire come un nuovo capitolo di storie antiche, che odorano di medioevo, di polvere, di fatica e, senza dubbio, di buona musica. L’ultima saga sonora sancisce la crescita del duo, dimostrandosi un’opera matura in termini di songwriting e scorrevolezza. Ascoltando “Vom Schwarzen Schmied” si ha la sensazione di entrare in un mondo antico nel quale la bellezza di paesaggi incontaminati si scontra con la vita massacrante dell’uomo che arranca con tutte le proprie forze per non soccombere. Il black dei Dauþuz è fluido e scrosciante come un torrente di montagna: epico nella sua discesa ed imponente nella sua portata. Nella sua maestosità esso evoca una vena melodica che si traduce in atmosfere sognanti, intermezzi lirici e segmenti corali. Gli oltre dieci minuti di “Der Bergschmied II: Der Eid” dimostrano quanto detto finora: un fiume in piena scorre su un letto di sfuriate black che rallentano e mutano nelle continue curve di questo percorso. Il concept album si colora inoltre di pallide sfumature suscitate da strumenti come pianoforte e chitarre acustiche che vanno ad inserirsi facilmente nel quadro oscuro dipinto dai Nostri. Un’opera non priva di difetti: la durata massiccia (quasi un’ora) non facilita la costante concentrazione e, con lo scorrere del tempo, tutto ciò che destava meraviglia all’inizio del disco diventa consuetudine, pur restando un piacevole ascolto. Le armi del fabbro sono affilate dallo screaming tagliente e feroce che colpisce la lama d’acciaio resa incandescente da chitarre distorte e blast beat martellanti. La ritmica di “Vom Schwarzen Schmied” non è mai costante, i rallentamenti all’interno dei brani acutizzano la drammaticità sonora mentre gli intermezzi strumentali “Desperatio” e “Cognitio” aiutano a prendere fiato, a pulirsi il viso dalla polvere scaturita dalla disperazione cantata dai Nostri. La vena epica non cessa mai di pulsare all’interno del disco: cavalcate imperiose trascinano senza fronzoli i detriti che frenano la fluidità dei brani e le sezioni corali accendono le lanterne di locande affollate da barbari battaglieri. Dalla miniera del duo tedesco echeggiano le voci dei Drudkh e degli Ungfell dalle quali i Nostri estraggono gli elementi più preziosi trasformando brillanti ossessioni in solide concretezze. I dodici minuti eroici della finale “Sargdeckel” dimostrano quanto la band sia abile nella costruzione di brani lunghi nei quali riesce ad esprimere il suo meglio creando strutture sonore multiformi. La discesa nella miniera tortuosa dei Dauþuz non sarà una passeggiata ma un’impresa ardua che saprà regalarvi discrete soddisfazioni. E se il vostro piccone non fosse in buone condizioni passate “Dal Fabbro Nero”, vi forgerà anche lo spirito.
