7.0
- Band: DE PROFUNDIS
- Durata: 00:55:18
- Disponibile dal: 11/05/2012
- Etichetta:
- Kolony Records
- Distributore: Masterpiece
Spotify:
Apple Music:
“A Bleak Reflection” aveva posto i De Profundis all’attenzione di critica e pubblico, consentendogli di arrivare a calcare il palco con i Rotting Christ in uno degli ultimi tour europei di questi ultimi e di ottenere una buona esposizione anche su certa stampa “che conta”. A due anni di distanza, la band britannica ritorna con un disco che conferma quanto di buono era stato presentato nel precedente disco, ma che include anche alcune ingenuità che i Nostri si trascinano ormai da qualche tempo. Tra gli aspetti positivi della proposta del quintetto, citiamo nuovamente quella formula “prog extreme metal” dalle tonalità cupe, che guarda con deferenza ad esperienze conterranee sia recenti (Akercocke) che storiche (My Dying Bride), ma cercando di evitare il più possibile esiti imitativi troppo sfacciati. Un disco quindi ambizioso, che riassume la volontà di puntare al “bersaglio grosso” già dai nomi coinvolti in sede di produzione – Fernando Pereira (Misanthrope), Tim Turan (Emperor, Motorhead) – ma che tutto sommato non lo centra completamente, a causa in primis di un modo di strutturare i brani a tratti esageratamente disordinato, che denota una smania di strafare che, al terzo full-length, dovrebbe ormai essersi attenuata grazie all’esperienza nel frattempo accumulata. I De Profundis invece continuano a lasciare qua e là l’impressione di voler mettere troppa carne al fuoco e di voler stupire con la trovata ad effetto all’ultimo minuto, quando invece per convincere a pieno basterebbe lasciare tutto così com’è. Si prenda, ad esempio, “Silent Gods”: una traccia inizialmente bellissima – dove un’andatura progressive si mescola a un mood caro alla Sposa Morente e a pregevoli inserti acustici – che finisce per perdersi in un finale in uptempo giocato su un riff death-black banalotto. “The Emptiness Within” procede insomma così, percorrendo avanti e indietro il continuum tra le atmosfere death-doom di sempre, velleità prog e sprazzi più ritmati ed energici, a volte raggiungendo una sintesi quasi perfetta, in altre dissolvendosi in composizioni un po’ pretenziose. Nonostante una durata eccessiva e le imprudenze succitate, si tratta però di un disco che coinvolge: riesce nell’intento di non suonare simile a mille altri lavori extreme metal e di offrire un songwriting che, nel bene o nel male, ha sempre qualcosa da dire. I De Profundis potrebbero fare davvero grandi cose con un pizzico di sobrietà in più.
