7.5
- Band: DEADGUY
- Durata: 00:37:27
- Disponibile dal: 27/06/2025
- Etichetta:
- Relapse Records
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La seconda metà degli anni Novanta è stata terreno fertile per l’evoluzione del suono hardcore meno ortodosso e contaminato da influenze più metal e sperimentali, con band come Poison The Well, Botch, Breach e The Dillinger Escape Plan, diventati veri e propri colossi del genere.
Nel microcosmo di quello che venne poi categorizzato come math-core o post-hardocore, i Deadguy sono sicuramente quelli che hanno raccolto meno, a causa, soprattuto, di una carriera brevissima durata solo tre anni, durante la quale i cinque del New Jersey hanno avuto comunque il tempo di pubblicare quello che era, finora, l’unico album in studio: quel “Fixation On A Co-Worker” che rimane ancora oggi il primo nonchè uno dei migliori esempi di un’attitudine fuori dagli schemi poi portata avanti da altri discepoli divenuti ben più famosi. Un disco che mescolava perfettamente hardcore, metal e noise rock a forgiare un suono poi evoluto da lì a breve dai succitati The Dillinger Escape Plan, che prenderanno il concetto di dissonanza e frammentazione dei Deadguy e lo porteranno all’estremo con “Calculating Infinity”, capolavoro che vide dietro alla console proprio quello Steve Evetts già produttore di “Fixation On A Co-Worker”.
Un album seminale, quindi, per una band che ha visto la propria carriera finire troppo in fretta per raccogliere i frutti di quanto seminato, per lo meno fino ad oggi. A distanza di ben trent’anni, infatti, i Deadguy tornano a sorpresa con questo nuovo lavoro intitolato “Near-Death Travel Services”, sotto l’egida della sempre attenta Relapse, per anni padrona indiscutibile di un certo tipo di sound.
I suoi quasi quaranta minuti sono un tuffo indietro agli albori del math-core, un viaggio a ritroso di tre decenni in cui tutto sembra cristallizzato nel tempo, non fosse per una produzione (sempre a cura di Evetts) ai livelli degli standard odierni, ma che riesce comunque a non suonare laccata, mantenendo anzi quella punta di ruvidezza che serve a non cadere nello sterile.
Ora, di acqua sotto i ponti ne è passata e tutte le band che sono nate dalle idee dei Deadguy hanno raggiunto vette evolutive inimmaginabili, ragion per cui un disco come questo rischia di suonare anacronistico e nostalgico. Allo stesso tempo, però, è proprio questo perfetto bilanciamento tra vecchio e nuovo ciò che ci si aspetterebbe da coloro che hanno gettato le basi per andare oltre ai classici stilemi del genere hardcore.
Ed è cosi che brani come la traccia di apertura “Kill Fee” – col suo andamento nevrotico ed epilettico, supportato da chitarre dissonanti – ci scaraventano immediatamente indietro nel 1995 e lo fanno nel migliore dei modi. Non ci sono guizzi melodici o pretenziosità avanguardistiche, solo quell genuina attitudine “in your face” che vuole guardare oltre senza strafare.
“The Forever People” è devastante e suona come dei Dillinger senza le partiture jazz, mentre le cose si complicano nella cervellotica “Knife Sharpener”, dalle chitarre chirurgiche e allo stesso tempo selvagge.
La voce di Tim Singer, per quanto adagiatasi su un registro più basso (gli anni passano per tutti dopotutto) è sempre corrosiva e feroce, formando un tutt’uno con la musica, come nell’urgenza devastante di “The Long Search for Perfect Timing” o nelle atonalità martellanti di “Cheap Trick”.
Il tutto qua dentro suona esattamente come il fratello gemello mai nato di “Fixation On A Co-Worker”, con tutti i suoi pro e contro. Per forza di cose, infatti, questo “Near-Death Travel Services”, per quanto formalmente quasi perfetto nel suo volerci ricordare da dove arriva buona parte del meglio uscito tra la fine dei nineties e i duemila, non può avere l’impatto rivoluzionario del predecessore e l’effetto sorpresa non è lo stesso, tanto che il rischio, per i più giovani o per i meno attenti, è quello di essere semplicemente bollato come l’ennesimo lavoro di hardcore evoluto.
Il fine ultimo di questo ritorno dei Deadguy è invece proprio quello di far luce, per chi ne fosse ancora all’oscuro, su uno dei pezzi mancanti del teorema del math-core.
Indispensabile? No, ma necessario a farci conoscere nuovamente un nome rimasto per troppo tempo nel dimenticatoio.
