DEATH – Individual Thought Patterns

Pubblicato il 01/08/2026 da
voto
8.5
  • Band: DEATH
  • Durata: 00:40:12
  • Disponibile dal: 22/06/1993
  • Etichetta:
  • Roadrunner Records

All’interno della discografia dei Death – una discografia quanto mai bipolare, se consideriamo che da un lato troviamo le mille pubblicazioni minori, postume, illegali, malvolute, inutili, e dall’altro sette tra gli album sulla lunga distanza più importanti della storia del metal estremo ed in particolare del death metal – “Individual Thought Patterns” occupa una posizione sia centrale, in senso cronologico, sia periferica, in senso di importanza sequenziale. Ci spieghiamo meglio.

Chuck Schuldiner, mastermind, mente, cuore e anima della band, nella sua parabola evolutiva di compositore di prim’ordine, è sempre andato nettamente in crescendo, passando, in soli undici anni, da “Scream Bloody Gore” (1987) a “The Sound Of Perseverance” (1998): da un death metal efferato e primordiale, già tecnico ma ancora definibile come ‘primordiale’, ad un progressive death metal personalissimo, strabordante di influenze classiche e intuizioni geniali; nel mezzo, e quindi ci riferiamo in ordine sparso a capolavori quali “Leprosy” (1988), “Human” (1991), “Spiritual Healing” (1990) e l’irraggiungibile “Symbolic” (1995), il passo successivo al precedente è sempre stato molto impattante, notevole, ampio: asticelle di qualità che si spostano nettamente più in alto senza mai scendere di un millimetro, ponendo tasselli nuovissimi sulla base appena recente in procinto di appannarsi. Ecco, tale realtà, tale certezza, un simile divario di evoluzione, pare non accadere con “Individual Thought Patterns”, o perlomeno pare accadere in tono apparentemente più soffuso. Ad un ascoltatore non abituale e disattento, o semplicemente acerbo, dare un ascolto a “Human” e subito dopo a “Individual Thought Patterns” quasi di sicuro porterebbe ad un’opinione nulla: il riffing è simile, tecnicissimo, spezzato quando serve, oscuro quando serve, fluido quando serve; il martellamento è sempre lì, al limite del parossistico; le linee vocali e il growl ringhiante di Chuck sono gli stessi, con le sue metriche imprevedibili e l’uso della voce come strumento supplementare, inserito quasi a caso, in costante controtempo, tra le strutture vorticose delle composizioni.

Poi, però, concentrandosi, proseguendo le fruizioni e facendo ciò costantemente per anni, ecco piano piano venir fuori la grandezza immensa di “Individual Thought Patterns”, il cui unico difetto è quello di essere stritolato tra due impietose pietre miliari quali “Human” e “Symbolic”.
Del resto, nel 1993, Chuck assolda per i suoi Death tre personaggini niente male, per quella che è, con pochi dubbi, la formazione dei Death più iconica e virtuosa di sempre: Andy LaRocque dei King Diamond alla prima chitarra, sebbene egli sia solo accreditato come session e non come membro ufficiale del gruppo; il confermato Steve DiGiorgio al basso; e un certo Gene Hoglan, allora esploso con “Time Does Not Heal” dei Dark Angel, alla batteria. Con un tale dispiegamento di forze solistiche, è chiaro come il punto di svolta di “Individual Thought Patterns” sia stata la capacità di Schuldiner di mettersi in parte al servizio dei suoi compagni, e non solo il contrario. Certo, LaRocque parteciperà al lavoro a modo suo, ma tatuando in questi solchi alcuni fra gli assoli di chitarra migliori presenti nei dischi dei Death. Il lavoro di DiGiorgio viene finalmente sparato nella ionosfera dalla produzione di Scott Burns, dopo che in “Human” il suo strumento era stato pesantemente sacrificato in sede di missaggio: il fretless di Steve marchia a fuoco ogni secondo dell’album, sbizzarrendosi a seguire o inseguire i riff di Chuck, oppure a partire per la tangente con linee di basso autonome e preziosamente incastonate tra i microbici attimi di respiro lasciati dallo strabordare compositivo di Chuck. Hoglan, come una montagna a scuotere tutto in sottofondo, completa un quartetto di musicisti letteralmente mostruosi e indiavolati, che trasformano i dieci episodi di “Individual Thought Patterns” in un’opera d’arte futuristica, una colata di adamantio multicolore, gelido e indistruttibile, ma anche carico di sfumature cangianti e bollente come magma.

Si tratta, a ben vedere, dell’ultimo disco dei Death descrivibile come progressive techno-death metal, l’apoteosi della tecnica strumentale messa al servizio della forma-canzone così come concepita dalle costruzioni psichiche di un chitarrista sopra le righe e fuori dagli schemi. “Symbolic”, per chi scrive l’assoluto masterpiece dei Death, si evolverà verso il progressive e verso il classic metal, abbandonando, se non la velocità, almeno la pesante claustrofobia che si percepisce dai solchi di “Human” e “Individual Thought Patterns”, due lavori che sono un po’ le due facce di una stessa medaglia.
Cosa dire di brani entrati di diritto nel gotha della storia del genere death metal? “Jealousy”, “The Philosopher” e “Mentally Blind” sono forse gli episodi che più restano in mente: il rallentamento melodico sul chorus di quest’ultima prelude molto chiaramente alla svolta di “Symbolic” ed è certamente uno dei momenti più emozionanti del disco, baciato da lyrics che, a trentatrè anni di distanza, sono tremendamente attuali (“From the mentally blind come ideas that are poison / Take away the power, a shallow person you will find“). E poi “Destiny”, che parte da “Lack Of Comprehension” del disco precedente – l’incipit acustico – per poi sfogarsi senza sosta ancora con un testo arguto e profondo, a testimoniare quanto Chuck fosse un ragazzo sensibile, con un cervello finissimo ed in grado di interrogarsi con fine sagacia sui misteri e le contraddizioni della vita e, certo, anche sull’amore. E mentre l’opener “Overactive Imagination” fa il paio in velocità con la lievemente thrashy “Nothing Is Everything” e la title-track si spinge su sentieri davvero imprevedibili e continuamente cangianti, forse “Out Of Touch” resta il momento meno ispirato del lotto, con qualche soluzione piuttosto anonima e lontana dalla perfezione del resto. Restano da citare ancora due pezzi, se proprio vogliamo completare la tracklist, come da tradizione de I Bellissimi: “Trapped In A Corner” e “In Human Form” hanno anch’esse strutture ed evoluzioni già proiettate verso il futuro più progressivo.

“Individual Thought Patterns” si inserisce quindi nella discografia dei Death quasi di soppiatto, talvolta dimenticato e poco citato, ma (anche) qui ci troviamo di fronte ad un capolavoro senza tempo, un’opera d’arte, come tutte quelle di Chuck Schuldiner, che non ci scaccia per nulla il rimpianto e la tristezza di aver perso così presto un musicista allucinante, ma che ce lo fa pure ricordare con la giusta miscela di epicità e ammirazione, un vero Eroe della nostra musica preferita, faro luminoso in tempi bui. Per tutti.

 

TRACKLIST

  1. Overactive Imagination
  2. In Human Form
  3. Jealousy
  4. Trapped In A Corner
  5. Nothing Is Everything
  6. Mentally Blind
  7. Individual Thought Patterns
  8. Destiny
  9. Out Of Touch
  10. The Philosopher
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