6.5
- Band: DEATH. VOID. TERROR.
- Durata: 00:28:58
- Disponibile dal: 14/08/2026
- Etichetta:
- Sentient Ruin
I Death. Void. Terror., se chiamati in causa sul punto, sarebbero in grado di sostenere che il Grande Monolite non è importante, è l’unica cosa che conta. Non saremo certamente noi a mettere in dubbio tale granitico assioma, per quanto ci paia assai bizzarro, mentre preferiamo osservare cosa ci riservi il loro percorso musicale. Entità senza volto e senza indicazioni anagrafica – ne conosciamo giusto la nazionalità, svizzera – quella dei Death. Void. Terror. è una formazione che fin dagli esordi ha scelto strade accidentate, scontrose, cupe con ben pochi ingentilimenti.
Un discorso sonoro radicato in vari ecosistemi, comprendendo infatti black/death metal, doom, dark-ambient, amore per sonorità cerimoniali morbose, miscelate in un cocktail stilistico carico di disturbi, ansie, paure. Rispetto ad altri colleghi ad altissimo tasso di ostilità uditiva, c’è da dire che con il secondo album “To The Great Monolith II” gli elvetici avevano mostrato una sorprendente musicalità, denotando una scorrevolezza dell’insieme che in ambienti similari è spesso sacrificata, in nome di un fare astratto, sfuggente, spesso di difficile decifrazione.
“To the Great Monolith 2.5” tiene il piede in due scarpe, se vogliamo: per due tracce su tre, infatti, va nella direzione di un suono metal relativamente compatto, suggestionante ed enfatico, intriso di teatralità, misticismo delirante e strutture abbastanza chiare e nette; nella sua terza parte invece mette il metal estremo in disparte, concentrandosi su un lungo, lugubre movimento ambient, sul quale ruminare vocalizzi filtrati, una recitazione mormorante, impastata, che avrebbe fatto la sua figura in qualche film horror assai destabilizzante e senza speranza.
“( — — ) Ametähna” si muove sul crinale tra black metal e doom, prostrandosi a un ritualismo abbondante di melodie orientaleggianti, incenso lasciato a marcire, rintocchi di batteria che guidano verso gli inferi.
Al centro c’è una vocalità insistente, ossessiva, divisa tra urla in pulito stentoree, altre selvagge e sguaiate, oppure baritonali da celebrante impazzito; la musica invece è più minimale, evocativa di un mondo mortuario scosso da varie, insane, pulsioni. Nulla di così visionario o altisonante come forse sarebbe nelle intenzioni della band, ma comunque un episodio riuscito, apprezzabile nel veicolare tutto l’immaginario di stranezze e perversioni sonore in dote al duo.
“(– – -) Srek Ysedon” presenta gli stessi temi, a livello di feeling complessivo, ma li esprime con modalità ben diverse: la batteria avanza isterica, nuda e selvaggia, così come chitarre sature di effetti, seppure sgraziate e scheletriche.
Andiamo in territori dove il black metal primordiale diventa bieco rumore, facendosi infestare dal noise, riecheggiando certe derive del black metal norvegese anni ‘90/primi 2000. Strappi rudi e ignoranti si alternano a rallentamenti doom, con i vocalizzi più disparati e stralunati a fare da collanti tra le diverse sezioni. Ci pare questo l’episodio più interessante della tracklist, per le sue ambiguità, il suo spezzarsi in tanti tronconi differenti, pur mantenendo a suo modo una coerenza interna.
Ed arriviamo quindi a “Third Monolithic Manifest”, che ricorda l’assenza di vincoli con la forma canzone e le turbe del dark-ambient più efferato, come accadeva del resto nell’album d’esordio del gruppo, “To The Great Monolith”. La traccia non è costruita affatto male: strati di rumore e drone nerissimi si intrecciano, si uniscono e scompaiono gli uni negli altri emanando viva ansia, così come i vocalizzi sono efficaci nel comunicare sentimenti abbietti e negatività; c’è da dire però che è un brano assai lungo, in modo fin eccessivo a nostro giudizio, perché un quarto d’ora così, con poche variazioni al suo interno, diventa difficile da sostenere.
A distanza di circa sei anni dal loro secondo album, i Death. Void. Terror. si ripresentano quindi con un corposo EP che tiene fede alla missione sonora che si sono imposti, palesando qualche limite nel songwriting e qualche eccesso sia nella concezione delle singole tracce, sia in alcune scelte su come vengono suonate. L’apparato vocale specialmente, pur avendo dalla sua una gran varietà di linee, a volte suona troppo sopra le righe, inutilmente pazzoide, in modi che possono apparire fin caricaturali.
Nel complesso “To the Great Monolith 2.5” si fa ascoltare volentieri, ma non presenta a nostro avviso caratteristiche così pregevoli come “To the Great Monolith II”.
