7.5
- Band: DEATHHAMMER
- Durata: 00:39:40
- Disponibile dal: 29/08/2025
- Etichetta:
- Hells Headbangers
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Mentre l’autodistruzione del mondo incombe a colpi di intelligenza artificiale, guerre ed egocentrismi vari, qualcuno pensa soltanto a suonare la sua musica preferita, oggi come se fosse il 1985. Di personaggi del genere in giro ce ne sono parecchi, mastavolta ci soffermiamo su uno dei migliori esempi dell’essere fuori dal tempo, chiusi in una propria bolla spazio-temporale dove godersi soltanto quello che più si ha a cuore e di null’altro curarsi.
I nostri beniamini Deathhammer giungono al traguardo del sesto album, in una discografia che va allungandosi senza produrre alcun sommovimento stilistico, senza uscire dai propri ristretti confini, senza piegarsi ad alcun capriccio del momento o voglia di cambiamenti.
Sono passati quindici anni dal primo album “Phantom Knights”, quasi venti dal primo demo “Barbaric Onslaught” e la ricetta dello sguaiato duo Sergeant Salsten (basso, chitarra, voce) – Sadomancer (batteria, chitarra, voce) non è mutata di una virgola.
Rimaniamo in quell’alveo rassicurante, grezzo e oltranzista rappresentato dagli Slayer di “Show No Mercy”, i Destruction di “Infernal Overkill”-“Eternal Devastation”, le prime prove di Sodom e Kreator, lo speed metal degli Exciter, i padrini Venom. Insomma, tutto quello che è morte, distruzione, satanismo di grana grossa, orrore, filtrato in ottica black/thrash, dal sapore acremente vintage.
Nessuna incursione nella modernità, gli anni ’90 come colonne d’Ercole da non oltrepassare, l’urgenza espressiva e l’isteria strumentale e vocale a guidare le azioni di questi due musicisti.
La ricetta è sempre quella e, a differenza di qualche segno di usura riscontrato nell’ultimo paio d’album, la brillantezza dell’insieme stavolta fa davvero godere dal primo all’ultimo secondo di questo “Crimson Dawn”. L’aria che si respira, frizzantemente miasmatica e di crassa ignoranza, è quella giusta già dai primi istanti della bruciante opener “Abyssic Thunder”.
Il deja-vu, nel caso dei Deathhammer, è ovviamente all’ordine del giorno e non si può dire di rimanere colpiti da qualche particolare fuori dall’ordinario, ma al tempo stesso si ha una immediata percezione di freschezza e di trovarsi davanti una formazione in forma, carichissima e intenta a rivisitare con un certo gusto il suo proverbiale repertorio.
In questo sesto album, per quanto l’impulsività e la velocità a tutti i costi la facciano sempre da padrone, si coglie maggior cura nei dettagli e nelle dinamiche, rendendo così ogni brano un purissimo concentrato di adrenalina, che sotto alla violenza primordiale sa darci anche altro.
La musica dei Deathhammer dà costantemente l’idea di dover collassare da un momento all’altro, tra riff affilati che più slayeriani non si potrebbe e acuti strozzati quasi commuoventi, se si ha un amore viscerale per le prime prove vocali di Tom Araya e Schmier. Velocità, caos, autoscontri triviali di note sono gli ingredienti base di una proposta totalmente incorruttibile, avara di sorprese ma proprio per questo così dolcemente rassicurante. E, appunto, rinfrescatasi quel tanto che basta a questa tornata per infondere entusiasmo a tutti i cultori del duo.
Parecchie in questo caso le tracce che scatenano entusiasmi, a cominciare da un’opener sfrenata e sovraccarica di desiderio di violenza come “Abyssic Thunder”. Aperta da sentori gotici un po’ alla Goblin, in breve muta pelle divenendo un formidabile inno speed/thrash d’altri tempi. Tra cavalcate chitarristiche rumorosissime, tempi di batteria convulsi, vocalizzi tra il latrato e l’acuto spaccatimpani, i Deathhammer mettono subito le cose in chiaro, alla loro maniera, abusando delle alte velocità come solo chi ha una spavalda sicurezza nei suoi mezzi può permettersi.
Ed è solo il primo capitolo di una tracklist di folle intensità, vertiginosa per come ci riporta a un’epoca tutta borchie e crocefissi rovesciati, ricordando nei suoi tratti più cacofonici e perversi anche gli Hellhammer e gli Slaughter di “Strappado”. Musica non certo per fini dicitori, quanto per veri guerrieri dell’underground. Come dicevamo in apertura, quel minimo di raziocinio nello strutturare i brani dà una marcia in più a tutta l’operazione.
Ecco allora le rasoiate di “Satan’s Sword” e “Legacy Of Pain”, con un pizzico di rock’n’roll ad innalzare il già alto grado di divertimento e ritornelli tanto ignoranti quanto irresistibili.
Satana è qui e lotta insieme a noi, probabilmente anche bello alticcio e sopra le righe. Con i Deathhammer si va sul sicuro, oggi più che mai.
