6.5
- Band: DECEPTOR
- Durata: 00:32:01
- Disponibile dal: 21/08/2026
- Etichetta:
- Dying Victims Productions
I Deceptor appartengono a quella nuova generazione di gruppi che guarda con convinzione al periodo di massima espansione del vecchio death-thrash, scegliendo di muoversi entro coordinate ben precise. Il quartetto del North Carolina, guidato dal cantante e bassista Gabriel Earley, affonda infatti le mani nel patrimonio lasciato tra il 1988 e il 1992 da formazioni come Sepultura (o certi Sodom), Cancer o Massacra, recuperandone l’aggressività frontale, il gusto per il riff serrato e quell’equilibrio tra impeto thrash e peso death che ha segnato questa precisa corrente del metal estremo.
Il primo elemento a colpire in positivo è la resa sonora: la produzione centra il bersaglio con un equilibrio particolarmente riuscito, visto che il disco presto dimostra di possedere un sapore decisamente vintage, dove ogni strumento trova il proprio spazio e mostra un carattere grezzo e impattante. Le chitarre mantengono un timbro crudo ma al contempo definito, la sezione ritmica sostiene con decisione l’intera struttura e la voce di Earley completa il quadro con un’interpretazione ruvida e diretta. Sul piano compositivo, invece, “Reign of Terror” rivela una personalità ancora in fase di definizione: la scaletta presenta infatti sia brani di quattro o cinque minuti, sviluppati attraverso cambi di tempo e soluzioni più articolate, a una serie di episodi che si aggirano attorno al minuto di durata, peraltro tutti concentrati nella prima metà dell’opera. Una scelta piuttosto particolare, che sostanzialmente finisce per dividere l’ascolto in due registri differenti e lascia aperta una domanda: dove risiede davvero l’identità dei Deceptor? Da una parte emergono composizioni costruite con maggiore respiro, nelle quali il gruppo statunitense presenta le proprie idee e lascia che i riff acquistino peso attraverso uno sviluppo più organico. Dall’altra trovano spazio queste brevi scariche di adrenalina, velocissime nello svolgimento, che possono essere interpretate sia come un tentativo di condensare l’efficacia del death-thrash in una forma quasi grindcore, sia come appunti compositivi ancora da rifinire. L’impatto iniziale è indiscutibile, ma una volta esaurita la spinta immediata rimane la sensazione che questi episodi offrano meno spunti rispetto ai brani più strutturati. Sono proprio questi ultimi a rappresentare il volto più convincente dell’album: “Human Cavity” e “Street General” mettono in luce una band che padroneggia il linguaggio del genere e sa costruire riff efficaci, sviluppandoli con una sicurezza che lascia intravedere margini di crescita importanti. Qui il songwriting acquista una certa profondità, la tensione viene gestita con maggiore consapevolezza e il potenziale della formazione emerge con decisione.
Il disco finisce così per trasmettere impressioni contrastanti: accanto ad alcuni momenti tutto sommato interlocutori si trovano infatti intuizioni solide e una conoscenza evidente della materia. Ciò che insomma manca è soprattutto una maggiore uniformità nella scrittura, perché la convivenza tra episodi elaborati e blitz fulminei rende l’insieme meno equilibrato di quanto potrebbe essere. Si percepisce comunque una base incoraggiante, con la band che potrebbe trovare la quadra già dal prossimo disco, se a questo seguirà un buon numero di date live per testare la formula.
