DEEP PURPLE – Shades Of Deep Purple

Pubblicato il 22/09/1968 da
voto
7.0
  • Band: DEEP PURPLE
  • Durata: 00:43:52
  • Disponibile dal: 01/09/1968
  • Etichetta: Parlophone
  • Distributore: EMI MUSIC

E’ il 1968 quando una band di giovani musicisti decide di cambiare il proprio nome, Roundabout, su suggerimento del chitarrista che ha preso spunto dal titolo di una delle canzoni preferite di sua nonna. Il chitarrista si chiama Ritchie Blackmore e il gruppo Deep Purple. Un aneddoto molto poco ‘rock’ ma si sa, le leggende nascono anche così. Assieme a Ritchie troviamo un organista dagli studi classici, Jon Lord, il batterista Ian Paice, il bassista Nick Simper e il cantante Rod Evans: hanno tutti fatto la gavetta, suonando con e per altri artisti, macinando canzoni e affinando il proprio repertorio fatto di molte cover e qualche pezzo originale. Nel maggio dello stesso anno, dunque, il quintetto entra nei Pye Studios di Londra con in mano un contratto con la Tetragrammaton e iniziano le registrazioni del loro album d’esordio, “Shades Of Deep Purple”. I soldi non sono molti e, come spesso accade per una band alle prime armi, il tempo per registrare è poco: l’intero disco viene realizzato in poco più di un weekend, dal sabato al lunedì mattina, con il produttore Derek Lawrence a fare il minimo indispensabile per rendere il suono accettabile. Il risultato finale, però, soddisfa tutti, compresa l’etichetta, che decide di spingere su un singolo accattivante, “Hush”, un brano scritto da Joe South ed interpretato da Billy Joe Royal. Il pezzo funziona, l’arrangiamento anche, l’organo di Lord e la chitarra di Blackmore iniziano a far vedere il potenziale della band e quel ritornello sembra fatto apposta per piacere alle radio. Non a caso “Hush” è l’unico brano della formazione Mark I ad essere tutt’ora in scaletta in moltissimi concerti della band inglese. Inizialmente i Deep Purple avevano pensato alla rilettura di “Help!” dei Beatles come primo singolo, ma l’etichetta spinge perché sia il pezzo di Joe South e, per una volta, i discografici ci vedono giusto: la band si guadagna un posto della top ten americana, piazzandosi al quarto posto e, di fatto, aprendo le porte alla carriera del gruppo. Curiosamente, mentre Blackmore e soci si godono il successo d’oltreoceano, lo stesso non succede in Patria, dove l’album viene accolto in maniera tiepida. A quasi 50 anni dalla sua pubblicazione, possiamo dire che, pur essendo ancora lontano dalla grandezza che di lì a poco verrà espressa, rimane un interessante tassello, che mostra già alcune delle caratteristiche che renderanno grande il sound della band. La direzione artistica è inizialmente nelle mani di Jon Lord, che dà un taglio barocco agli arrangiamenti, come si può sentire già nell’iniziale “And The Address”; nella già citata (e riuscita) “Help!”, trasformata in una canzone più lenta e malinconica; oppure in “Hey Joe”, altro classico che si divide tra la passione di Blackmore per Hendrix e l’introduzione di Bolero un po’ spiazzante. Altre influenze classiche di sentono nel preludio che apre “I’m So Glad”, che rimanda a quanto fatto pochi mesi prima dai Nice di Keith Emerson, mentre, ahimè, alcuni dei pezzi più deboli si trovano proprio tra le composizioni originali, dalla melensa “One More Rainy Day” a “Love Help Me”. Fortunatamente, però, abbiamo “Mandrake Root” a mostrarci le vere potenzialità della band: un’atmosfera stregonesca, magica, con la batteria martellante di Paice e il continuo scambio tra organo e chitarra che si intrecciano, aprendo la strada a lunghe divagazioni che dal vivo si possono esprimere nella massima libertà. Un lavoro ancora interlocutorio, dunque, per una band che sta ancora cercando la sua strada ma che, allo stesso tempo, ha già imboccato il sentiero della grandezza.

TRACKLIST

  1. And the Address
  2. Hush
  3. One More Rainy Day
  4. Prelude: Happiness
  5. I'm So Glad
  6. Mandrake Root
  7. Help!
  8. Love Help Me
  9. Hey Joe
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