8.0
- Band: DENNER/SHERMANN
- Durata: 00:49:46
- Disponibile dal: 24/06/2016
- Etichetta:
- Metal Blade Records
Lo scorso anno Hank Shermann e Michael Denner, le due storiche chitarre dei Mercyful Fate, riunivano insieme le proprie forze per dar vita ad una nuova formazione, chiamata semplicemente Denner/Shermann. L’EP “Satan’s Tomb” ha acceso in modo vigoroso l’entusiasmo dei fan, tanto che oggi i due danesi fanno il loro ritorno con un vero full length. “Masters Of Evil” si presenta come un palese richiamo al passato a partire dalla copertina, dove troneggia un sinistro teschio demoniaco avvolto dalle fiamme che ricorda tremendamente la cover dello storico “Don’t Break The Oath” dei Mercyful Fate. Questo però è solo uno dei numerosi riferimenti più espliciti alla formazione capitanata da King Diamond, basta ascoltare canzoni come l’opener “Angel’s Blood”, “Son Of Satan” o ancora “Servants Of Dagon” per ritrovare quegli intrecci di chitarre, solidi tempi di esecuzione e linee vocali che richiamano il passato. “Masters Of Evil” a conti fatti possiede il sound e le atmosfere demoniache dei Fate anni Ottanta e Novanta, ma allo stesso tempo gode di una produzione moderna che rende il disco potente, aggressivo ed in grado di competere con le uscite più attuali. Le liriche dei testi ovviamente abbracciano tematiche oscure e demoniache come da tradizione: la già citata “Servants Of Dagon”, ad esempio, può essere riferita al dio mesopotamico adorato dai Filistei, che tra l’altro appare nel secondo racconto scritto da H.P. Lovecraft. Molto heavy e intensa, “The Wolf Feeds At Night” dal riff iniziale ci riporta invece al miglior Ozzy Osbourne solista degli eighties. Denner e Shermann, oltre a mantenere il loro tocco immutato, si sono dimostrati ancora in grado di scrivere canzoni degne della loro illustre carriera, tanto che il loro ultimo nato non sfigura di fronte a molti dischi dei Mercyful Fate. Anche il cantante Sean Peck svolge il suo lavoro con grande intensità e pathos: chiaro che i facili paragoni con King Diamond andrebbero tutti a vantaggio del carisma e della teatralità del danese, ma lo statunitense si difende con i denti e la sua performance si mantiene a livelli altissimi per tutta la durata del disco. Non sarebbe eretico affermare che i Denner/Shermann abbiano voluto giocare in casa, andare sul sicuro, ma di fronte a pezzi così incisivi, non possiamo che dar loro tutte le ragioni di questo mondo.
