7.0
- Band: DEPRAVITY
- Durata: 00:38:47
- Disponibile dal: 21/11/2025
- Etichetta:
- Transcending Obscurity
Introdotti splendidamente da un artwork di Paolo Girardi, i Depravity si riaffacciano sul mercato a cinque anni di distanza dal precedente “Grand Malevolence”, confermandosi un gruppo che, in un’epoca di immaginari death metal spesso avvolti da atmosfere mistiche e produzioni sporche, preferisce approcciare il genere utilizzando altre chiavi di lettura, radicate nella tradizione sonora del decennio 1998-2008.
A conti fatti, non vi è nulla di criptico o indecifrabile nella maniera in cui i cinque australiani, veterani della scena attivi in realtà come Iniquitous Monolith, Impiety e Devouror, concepiscono e interpretano la loro musica, e proprio in questa caratteristica – in fondo – risiede il bello di un disco come “Bestial Possession”, compendio di tecnica, orecchiabilità e ferocia che, se da un lato vive di derivazione, dall’altro sa anche come mettere in fila una serie di brani efficaci e divertenti.
Un flusso che parte dalla lezione dei ‘soliti’ Morbid Angel, passa per i Decapitated di “The Negation” e finisce dalle parti di Aeon e Hour of Penance, e che ribadisce la capacità dei Nostri – almeno nei momenti più a fuoco e ispirati – di confezionare vere e proprie minihit, facendo leva su un songwriting a cui non interessa affastellare riff e blast-beat a casaccio o calcare la mano sulle doti strumentali dei singoli, bensì imprimersi in canzoni fluide, rotonde e di senso compiuto, quasi ‘pop’ per la loro solidissima struttura strofa-ritornello-strofa.
Musica che, appunto, si disinteressa all’introspezione e ai viaggi mentali (del resto, anche i titoli parlano chiaro, vedasi “Eunuch Maker”, “Rot in the Pit” e “Aligned with Satan”), buttandola sul fisico senza tuttavia rinunciare a quel gusto e a quella fantasia indispensabili per mantenere viva l’aggressione, con il finale di “Call to the Fallen”, profondo, melodico e controllato, a dimostrare poi come non di soli bagni di sangue viva la formazione di Perth.
Il risultato è un’opera con almeno due/tre episodi sopra la media (l’opener “Engulfed in Agony”, le suddette “Eunuch…” e “Call…”) e che, complice una durata più contenuta rispetto a quella del full-length del 2020, invita l’ascoltatore a tornarci su volentieri, non mancando praticamente mai di farsi portavoce dell’amore verso il genere dei suoi autori e della conseguente cura per i dettagli e le dinamiche ravvisabile dall’inizio alla fine della tracklist.
Non un ritorno che ambisce a spostare gli equilibri del filone o reinventare la ruota, ovviamente, né il lavoro che farà guadagnare ai Depravity molti fan in più, ma un album onesto, di quelli che alimentano positivamente il circuito underground, consigliato a coloro che stravedono per i nomi citati e che – quando il riff è azzeccato – non si preoccupano troppo di ciò che non suona caratteristico o personale.
