7.5
- Band: DEVILDRIVER
- Durata: 00:50:53
- Disponibile dal: 10/07/2026
- Etichetta:
- Napalm Records
Considerando che le ultime sessioni di registrazione dei Devildriver sono avvenute tra il 2017 ed il 2018, sono davvero tanti gli anni di fermo della ‘California groove machine’ guidata da Dez Fafara che, tra l’ennesima reunion dei Coal Chamber ed i frequenti problemi personali e di salute, ha tirato avanti la carretta più con l’attività di management (The Oracle Management cura gli affari delle band di Dez e di Cradle of Filth, Combichrist e Wednesday 13) che con la propria musica.
Alla veneranda età di sessant’anni, però, il cantante di origini italiane non pensa minimamente al ritiro: eccolo dunque arrivare all’undicesimo album in studio senza il suo braccio destro, il chitarrista storico Mike Spreitzer, che sin dagli esordi ha plasmato il suono del gruppo con i riff melo-death e groove, ma soprattutto con le sue linee soliste aperte e ricche di melodia.
Riuscirà il capitano Dez, accompagnato da una vecchia conoscenza come il bassista Jon Miller e da compagni più recenti come Davier Pérez (batteria) Alex Lee (chitarra) e la new entry Gabe Mangold (chitarra solista), a raddrizzare una barca che negli ultimi capitoli discografici è sembrata un po’ alla deriva, con album formalmente affini alle coordinate storiche ma senza la verve e le hit dei lavori dell’era Roadrunner?
Ascoltando “Strike and Kill” sembra che lo scettro sia stato passato in buone mani: infatti Mangold, che ha preso in mano le redini sonore occupandosi anche della produzione, del mix e del mastering presso lo Studio Nessa, riporta il suono del gruppo alla brutalità degli esordi (“Devildriver” del 2003 e “Fury of our Maker’s Hand” del 2005) grazie alle radici deathcore e all’esperienza negli Enterprise Earth.
Si parte fortissimo con la tagliente “Dig Your Own Grave”, proseguendo con estremo vigore nella veloce “Dead in the Water”, cercando il groove assassino in “Sanctified in Scars” ed avvicinandosi ai Lamb of God nell’apocalittica title-track. Finalmente arriva anche la hit con “In the Moonlight”, brano memorabile e memorizzabile, capace di utilizzare i fondamenti della scrittura dei Devildriver, la velocità ed il groove per risultare cantabile e incisivo – ed infatti che siamo sicuri finirà a fare faville dal vivo. “Headed for the Fall”, invece, cerca di ripetere il momentum con sonorità contemporanee, infilandoci anche un breakdown tamarro.
Ai primi ascolti sembrerebbe quasi di assistere ad una rinascita del gruppo, ma non tutto è perfetto: la semiacustica “Summoning Shadow” e la melodica “You’re Just a Ghost” sono didascaliche, e soprattutto nella seconda parte della raccolta la band resta saldamente ancorata alla sua zona di comfort, muovendosi su schemi intriganti ma già sentiti, con una prova vocale non in grado di offrire grandi spunti. Non basta citare il sound dei Gojira (“All Bets Are Off”) per scrollarsi di dosso quella sensazione, soprattutto quando, dopo ripetuti ascolti, ci si rende conto che togliere un paio di filler (non possiamo che definire tali “Oath of Iron” e “Shut The Silence On”) avrebbe potuto giovare al cosiddetto ‘replay value’.
Tirando le somme, in ogni caso, possiamo considerare mister Mangold come un’ottimo sostituto sul palco ed in studio (dove può replicare le conoscenze tecniche di Spreitzer): col passare del tempo ed una formazione più stabile ed oliata la situazione non potrà che migliorare, basta comunque quanto fatto in questo breve lasso di tempo e in questa raccolta, con il ritorno al suono veloce e spietato degli esordi, per poter considerare “Strike and Kill” il miglior disco dei Devildriver da più di dieci anni. Quel vecchio diavolo di Dez Fafara, con i suoi mille problemi e la sua volontà incrollabile, con le sue mille facce e le sue mille risorse, ha colpito ancora.
