8.0
- Band: DEVIN TOWNSEND
- Durata: 01:10:00
- Disponibile dal: 29/05/2026
- Etichetta:
- Inside Out
Quando nel 2019 Devin Townsend pubblicò “Empath”, la cosa che ci colpì maggiormente fu il senso di libertà assoluta che pervadeva quel disco: l’essersi affrancato dalle inevitabili restrizioni dell’avere una band più o meno fissa (il Devin Townsend Project) aveva restituito al vulcanico artista canadese l’entusiasmo di sperimentare cose nuove, con una formazione allargata capace di mettersi al servizio del suo eclettico talento. In sede di intervista, quando raccontammo a Devin come ci avesse colpito, in particolare, la canzone “Why?”, con quelle sue atmosfere da musical di Broadway, lui ci aveva già anticipato di essere al lavoro su un intero album orchestrale, intitolato “The Moth”, che avrebbe portato avanti quel tipo di sonorità in maniera organica.
Da quella intervista, Devin non è stato un attimo fermo: ha pubblicato due album ufficiali (“Lightwork” e “PowerNerd”), tre live album, tre dischi di improvvisazioni, due progetti sperimentali e sette (!) album di musica ambient a nome DreamPeace.
Eppure “The Moth” non è mai stato accantonato, ha continuato la sua incubazione, proprio come una falena avvolta nel suo bozzolo che lentamente muta e si evolve fino a poter finalmente spiegare le ali e prendere il volo.
Ora che finalmente questo atteso disco orchestrale ha visto la luce, diventa davvero interessante immergersi nei suoi solchi, perché “The Moth” non è affatto un disco che si svela nella sua pienezza fin dal primo ascolto: è un album stratificato, che cresce con gli ascolti e si rivela poco per volta.
Ad un primo ascolto, l’ascoltatore potrebbe erroneamente pensare di trovarsi di fronte al solito Devin, perché la grandeur orchestrale, l’approccio maestoso alle melodie, il muro del suono, sono tutte caratteristiche che ha coltivato da sempre nella sua carriera solista. Addentrandoci maggiormente negli ascolti, però, quello che emerge è la ricchezza del lavoro, che sembra davvero aver attinto da ogni sfaccettatura della carriera di Devin, per trovare una sintesi in cui riuscire a far emergere ogni aspetto della sua scrittura.
In esso c’è la maestosità dell’orchestra, l’enfasi del coro, ci sono passaggi più heavy e progressive (per quanto ingentiliti sia dalla produzione che dal dialogo con le partiture sinfoniche), ci sono delle texture figlie dell’ambient e dell’elettronica, e, soprattutto, c’è un lavoro vocale pazzesco.
Proprio come in un musical, Devin resta il protagonista, con la sua voce cangiante e versatile, ma ad affiancarlo, nel ruolo di due personaggi chiave, troviamo sia Anneke Van Giersbergen, celestiale come sempre, sia la straordinaria Lynn Wu degli OU. Tre voci molto diverse tra loro, che assieme raggiungono uno spettro di colori fuori scala.
I settanta minuti che compongono l’opera sono tanti, ma non risultano mai eccessivamente pesanti, perché la tracklist riesce a dosare bene i momenti centrali dai passaggi di raccordo, inoltre la ricchezza timbrica data dall’orchestra rende il tutto molto cangiante, evitando quasi completamente i momenti ridondanti o stucchevoli.
Chiaramente “The Moth” non è da considerarsi come una raccolta di canzoni, è veramente difficile estrapolare dei singoli episodi, tant’è che uno dei singoli scelti da Devin a pochi giorni dalla pubblicazione non è una canzone, ma la somma di due momenti distinti in sequenza, “Prepare For War” e “The Snit”.
L’album è fatto per essere fruito nella sua interezza, dall’inizio alla fine, possibilmente con il libretto dei testi in mano: eviteremo quindi di soffermarci sui singoli momenti, facendo un’eccezione solo per “Covered By Causes”, un capolavoro di otto minuti che al suo interno racchiude davvero tutto il meglio di questo progetto, per equilibrio, ricchezza degli arrangiamenti e performance vocale.
Per concludere, quindi, possiamo dire, senza timore di sbagliare, che “The Moth” rappresenta il culmine della carriera recente di Devin Townsend, per ambizione e per come riesce ad essere rappresentativo della sua visione artistica.
Chi ha seguito questo straordinario artista in tutte le sue evoluzioni, qui troverà la sua intera e multiforme personalità elevata a potenza, con tutto ciò che ne consegue; l’unico aspetto rimasto escluso, in effetti, è il lato più ironico e camp della sua musica, quello che gioca con il nonsense, che gli ha fatto creare personaggi folli come Ziltoid.
È un disco più introspettivo e composto, mai serioso o scritto con intenti didascalici, eppure consapevole di come, quando ci si mette a nudo in questo modo, non sempre si possa adottare una maschera scherzosa.
E forse, proprio alla luce di quest’ultima considerazione, l’immagine simbolo di quest’opera diventa la sua stessa copertina, che per una volta abbandona le illustrazioni, in favore di una semplice fotografia in bianco e nero di un uomo dal talento smisurato che cerca, prima di tutto, pace e serenità.
