DIABLO SWING ORCHESTRA – The Butcher’s Ballroom

Pubblicato il 22/08/2006 da
voto
7.5

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Bel balzo in avanti quello compiuto dai Diablo Swing Orchestra nell’esordio su lunga distanza “The Butcher’s Ballroom”. Nei tre anni trascorsi dal primo EP “Borderline Hymns” la band svedese è evidentemente maturata e, se non ha propriamente stravolto uno stile già piuttosto eclettico, ma ancora acerbo nella pubblicazione del 2003, ora pare aver già raggiunto la quadratura del cerchio. Inseribili nella vasta corrente dell’avant-garde metal, gli svedesi si staccano da quelle compagini che, partendo da sonorità extreme metal più tradizionali, in particolare il black metal, si sono via via ‘stancate’ di un approccio, diciamo, ‘raw & evil’, per connettersi a una dimensione folle, giullaresca, contaminata del metal. I Diablo Swing Orchestra, al contrario, sono già pressoché epurati di qualsiasi rimasuglio estremista, indirizzandosi piuttosto verso un baccanale di sapori che prende molto dal metal di taglio operistico-sinfonico, e vi innesta a dosaggi variabili jazz, musical, pop, western music, swing, delineando così nello spazio di pochi anni un proprio stile peculiare.
A primeggiare e colorire il sound, abbiamo l’ingresso di una nuova vocalist, aderente a quel modello di soprano aggressivo ed elastico nel muoversi tra i generi di gran successo di questi tempi: AnnLouice Lögdlund dà una spinta formidabile nel potenziare l’arsenale sonoro e a portarlo a quell’impatto bombastico, circense e coloratissimo che potrebbe diventare un trademark anche per il futuro. Quell’’Orchestra’ piazzato nel moniker non è appiccicato lì solo per colpire l’immaginario, senza dargli appigli concreti, perché la line-up allargata va proprio a comporre un’orchestra, più che una formazione metal di taglio classico: il sitar, il didgeridoo e soprattutto il violoncello sono un patrimonio prezioso cui attingere per allestire composizioni armoniche nella loro frenesia, provviste di melodie di facile comprensione e ritmicamente confortevoli, anche per le orecchie meno avvezze agli istrionismi. E ancora, nel lungo elenco di ospiti in studio, ecco comparire tromba, flauto, un violino, un altro violoncello di rinforzo… Quale abbondanza! Per fortuna, è la musicalità, per quanto funambolica, a farla da padrone e a consentire un ascolto comunque ordinato e che accarezza grandeur, stupefazione, eleganza, conflitti ed esplosività con un suo particolare senso della misura.
Quello che dispone favorevolmente già con la danzante opener “Balrog Boogie”, con la singer a gorgheggiare giocosa, i fiati a spingere al divertimento, la sezione ritmica tutta saltellante e beffarda e le chitarre, dal suono pieno e massiccio, a dare la botta di suono necessaria. C’è parsimonia nel folleggiamento: basti sentire gli archi, ad esempio, veicolo di uno struggimento assimilabile a quello del loro impiego usuale, nella musica classica, traboccando di una forza espressiva di grande impatto, senza dover eccedere in spettacolarizzazioni, come nei crepuscoli di “Heroines”. I Diablo Swing Orchestra sono attori dalle mille possibilità, e possono passare platealmente da un balzellare da musica popolare messicana a un crescendo operistico di prim’ordine, come nel contrasto carnevalesco/opulento di “Poetic Pitbull Revolutions”; ergersi pomposi e squillanti, tipo in “Rag Doll Physics”, per stemperarsi poco dopo in melodie orecchiabili, alternando potenza e dolcezza senza increspature.
Fragranze d’oriente, sincopi energiche e lirismi da brividi si dispiegano urgenti e scenografiche in “Infralove”, in una riuscita miscellanea di metal sfavillante e intrusioni di musica popolare, modificata quel che basta per non stonare nel contesto. “Wedding March For A Bullet” vuol farci muovere in un valzer a cadenze insostenibili, quasi si brutalizzano gli archi, si smuove il basso in giri concitati, la Lögdlund nuovamente tracimante e aggressiva, con un’opulenza operistica che quasi adombra il lavoro degli altri strumentisti. Il flauto prima e il sitar appena dopo speziano di straniamento e vaghi rilassamenti “Zodiac Virtues” e “Porcelain Judas”, prima che ci si consegni alla teatrale malinconia di “Pink Noise Waltz”, divisa tra tastiere e flauto dal gusto bucolico e momenti heavy e quadrati. Non stiamo parlando, per rimanere all’interno del filone avant-garde, di un “Omnio” o di un “La Masquerade Infernale”, ma non vi è dubbio che “The Butcher’s Ballroom” sia un disco riuscito dalla prima all’ultima nota, un esordio sulla lunga distanza di valore e rivelatore di un gruppo con delle ottime idee e che sa come indirizzare la sua esuberante creatività.

TRACKLIST

  1. Balrog Boogie
  2. Heroines
  3. Poetic Pitbull Revolutions
  4. Rag Doll Physics
  5. D'Angelo
  6. Velvet Embracer
  7. Gunpowder Chant
  8. Infralove
  9. Wedding March for a Bullet
  10. Qualms of Conscience
  11. Zodiac Virtues
  12. Porcelain Judas
  13. Pink Noise Waltz
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