5.5
- Band: DIAMOND PLATE
- Durata: 00:42:27
- Disponibile dal: 19/08/2013
- Etichetta:
- Earache
- Distributore: Self
Due anni fa vi avevamo parlato senza troppo entusiasmo di “Generation Why?”, l’album di debutto degli americani Diamond Plate. Si trattava di una new entry nel folto panorama delle giovani thrash metal band derivative del glorioso passato della Bay Area e il loro primo disco aveva messo in evidenza una componente strumentale piú che discreta. A pesare su tutto erano però delle linee vocali insipide e interpretate dall’allora frontman Jon Macak in modo piatto e uniforme. Con il recente cambio di bassista e cantante, ruoli ora ricoperti da Matt Ares, ci si aspettava quindi quella spinta in più dal punto di vista canoro che avrebbe allineato la qualitá delle vocals a quella a quella delle parti strumentali. Invece, purtroppo, il nuovo “Pulse” presenta il medesimo problema. Se da un lato abbiamo partiture ispirate sotto il profilo di riff e ritmiche, dall’altro ritroviamo nuovamente strofe poco incisive e ritornelli anonimi che non permettono ai brani di convincere pienamente. Basti ascoltare la opener “Walking Backwards”, veloce, riffata, dinamica e dall’ottimo tiro ma con un chorus che nulla lascia al suo passaggio. L’ugola inoltre di Ares appare un tantino troppo grezza e adatta semmai ad un thrash piú “ignorante”, piuttosto che a queste composizioni che al contrario sono piú ragionate come struttura e arrangiamenti. La sensazione non cambia nemmeno quando il gruppo si cimenta in brani piú mid-tempo-oriented come “Price You Pay” o “Face To Face”, o quando addirittura i toni si fanno pacati come nel caso di “Still Dreaming” o “Rainmaker”, pezzi melodici e atmosferici in cui la band gioca la carta del cantato pulito, senza però associarlo a linee vocali efficaci. I suoni a cura di Neil Kernon sono buoni e “veri”, anche per il fatto che la band ha deciso di registrare senza metronomo. Un punto sicuramente a favore della spontaneità del sound ma per essere veramente degni di nota e competitivi in una scena che si rifá palesemente ai fasti degli anni ottanta, è sicuramente neccessario fare di più.
