6.5
- Band: DIMMU BORGIR
- Durata: 01:11:59
- Disponibile dal: 15/05/2026
- Etichetta:
- Nuclear Blast
Non si può negare come i Dimmu Borgir, pur potendo contare su un credito notevole agli occhi della comunità metal, grazie a una serie di album di assoluto valore, col tempo abbiano perso lo smalto, con pubblicazioni sempre più rade e, soprattutto, mai capaci di restituire quella qualità che, almeno fino a “Death Cult Armageddon”, trovava pochi pari.
Se prendessimo in esame gli ultimi quindici-venti anni, lo scenario non è tra i più confortanti: “Abrahadabra” è stato forse il punto più basso della loro discografia, “Eonian” ci ha convinto leggermente di più, ma restando sempre ben lontani dall’eccellenza, mentre il disco di cover “Inspiratio Profanus” resta una pubblicazione totalmente trascurabile, pensata giusto per colmare un vuoto discografico ormai troppo lungo.
Questa lunga premessa è importante per chiarire come, dopo un’attesa di quasi otto anni, l’arrivo di “Grand Serpent Rising” non fosse baciato dalle più alte aspettative.
Partiamo allora dalle cose positive: il ritorno dei Dimmu Borgir è la cosa migliore che abbiano fatto da “In Sorte Diaboli”; decida il lettore se la qualità media della loro produzione recente sia sufficiente per giustificare un moto di entusiasmo o meno.
La band, nel presentare questo lavoro, afferma di aver voluto creare qualcosa che riuscisse a richiamare tutte le ere attraversate, dalle origini fino al presente, e questo è almeno in parte vero: “Grand Serpent Rising” mantiene infatti inalterato lo spirito maestoso e arrogante dei Dimmu Borgir recenti, recuperando però sonorità che rimandano al periodo di “Spiritual Black Dimensions” e agli album immediatamente successivi.
Ci pare invece eccessivo citare il passato remoto della band, che resta una parentesi unica e che difficilmente potrà trovare spazio nella più recente incarnazione dei norvegesi.
Con inaspettata soddisfazione, dunque, abbiamo accolto composizioni come “Ascent”, davvero una delle migliori da tanti anni a questa parte, che sembra davvero recuperare quell’equilibrio tra grandeur e brutalità, oppure “The Qryptfarer”, con quel pianoforte che ricorda certe soluzioni che erano care anche a Mustis.
Allo stesso modo, abbiamo anche apprezzato un certo taglio malinconico che Silenoz e Shagrath hanno dato a diverse composizioni, arrivando a sfociare in territori che assomigliano più al gothic metal sinfonico che al black metal: è il caso di “Gjǫll”, un ottimo strumentale posto in chiusura del disco che ci ha ricordato “Perfection Or Vanity”, ma con sfumature ancora più decadenti, oppure “At The Precipice Of Convergence”.
Detto tutto questo, però, non possiamo nemmeno sorvolare su tutta una serie di difetti che, posti sull’altro piatto della bilancia, vanno a ridimensionare notevolmente il valore dell’album.
“Grand Serpent Rising” è un disco lungo settantadue minuti, ed è punteggiato da filler che sembrano davvero solo allungare il brodo, con composizioni confuse che accumulano alla rinfusa idee e spunti già sentiti e prevedibili. È il caso di “Phantom Of The Nemesis”, di “Repository Of Divine Transmutation”, per non parlare di “Ulvgjeld & Blodsodel”, scelta tragicamente come primo singolo e che invece rappresenta uno dei momenti meno ispirati dell’intero album.
All’epoca della recensione di “Eonian”, avevamo paragonato i Dimmu Borgir a un sovrano attorniato da una corte compiacente, troppo impegnato a bearsi tra parate militari e dimostrazioni di forza per tornare davvero a distinguersi sul campo di battaglia. Questa volta, invece, si riesce finalmente ad intravedere qualche barlume dello splendore di un tempo.
Forse la Fortezza Nera da cui la band ha preso il nome, dopo essere rimasta vuota e diroccata, è tornata a essere infestata dagli spettri del passato. Ombre sfuggenti, magari, ma molto meglio del nulla a cui ci avevano tristemente abituati.
