7.0
- Band: DIRKSCHNEIDER
- Durata: 01:01:03
- Disponibile dal: 03/10/2025
- Etichetta:
- Reigning Phoenix Music
Un Udo come non lo avrete mai sentito e come mai ve lo immaginereste! No, non ha abbandonato l’heavy metal per darsi alla trap, su questo possiamo stare tranquilli. Ma in questa sua nuova avventura, un mai domo Dirkschneider ha inserito un sesto membro in formazione, quella Manuela Bibert, che aveva già partecipato alla registrazione dell’album “We Are One”, edito a nome U.D.O. con la collaborazione della banda militare Das Musikkorps Der Bundeswehrnella, e si è lasciato andare a sonorità che spaziano ben al di fuori del classico heavy metal facilmente associato al colonnello tedesco, e che qui si fa più rockeggiante e a tratti sfocia addirittura su sonorità sinfoniche e gotiche.
Il resto della formazione comprende ancora Peter Baltes, storico bassista degli Accept riunitosi da qualche anno con Udo, Stefan Kaufmann alla chitarra assieme a Mathias Dieth così come Sven Dirkschneider che da ormai sei anni siede alla batteria posta, in sede live, alle spalle del padre.
Tutto è nato durante la pandemia grazie ad una campagna di beneficenza ideata per supportare gli artisti in crisi durante quel terribile periodo storico. E così tra il 2020 ed il 2021 furono pubblicati tre singoli online (“Where The Angels Fly”, “Face Of A Stranger” e “Every Heart Is Burning”) che hanno raggiunto un grande ed inaspettato interesse, portando la band a proseguire il percorso, a scrivere nuova musica e a pubblicare questo full-length. Il progetto ha preso così il nome di Dirkschneider And The Old Gang, in breve DATOG.
Un disco capace di stupire perchè – attorno a brani più classici nello stile tipico di Accept ed U.D.O., come l’impeto teutonico che esplode con la granitica “The Law Of A Madman”, l’heavy-rock frizzante e spensierato dell’opener “It Takes Two To Tango” e con la diretta “Hellbreaker”, che strizza l’occhio alle grandi e storiche produzioni delle band sopra citate – troviamo anche sonorità nuove e per certi versi sorprendenti.
Molti brani presentano infatti un mood più teatrale e spettrale, quasi in stile musical, con ritmi a tratti scoppiettanti e ritornelli catchy che ci hanno portato alla mente alcune produzioni dei Lordi, anche per l’uso di tastiere a mo’ di organo.
Ecco quindi la title-track con una partenza gotica che, grazie anche alla voce femminile di Manuela, cantante alla quale viene lasciato largo spazio durante tutto il disco, ci ha ricordato i Lacuna Coil (sonorità che in parte ritroviamo anche nella successiva “Time To Listen”); “Metal Sons” con coretti canticchiabili ad accompagnare l’ugola ruvida di Udo durante un refrain martellante, la rock ballad “Strangers In Paradise”, che potrebbe uscire da un disco degli Scorpions, per poi spingersi fino al sound contemporaneo di “Dead Man’s Hand”, addirittura quasi un punto di incontro tra Amaranthe e Lordi.
Grazie a questi territori sonori fin qui inesplorati, “Babylon” porta un’ondata di freschezza nel sound divenuto, negli ultimi tempi e salvo qualche eccezione, un po’ ripetitivo (e ci mancherebbe!) per l’ex Accept. A qualcuno potrebbe far storcere il naso, ma per noi è una nota positiva che rende questa produzione molto interessante!
