6.0
- Band: DIRTY SHIRLEY
- Durata: 00:55:34
- Disponibile dal: 24/01/2020
- Etichetta:
- Frontiers
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Il giovane cantante croato Dino Jelusic, già frontman degli Animal Drive, porta al debutto questa nuova creatura musicale messa in piedi con lo storico chitarrista George Lynch (Dokken, Lynch Mob).
La presenza di Lynch si fa sentire immediatamente come determinante: i Dirty Shirley propongono infatti un hard rock che più classico non si può, con importanti incursioni nel blues rock e nell’AOR ottantiano. E la voce di Jelusic si dimostra oltremodo adeguata per dare concretezza e impatto a un album che rasenta costantemente di scivolare in un noioso anonimato, salvando (almeno parzialmente) tutta l’operazione e accentrando attorno alle sue doti canore tutte le attenzioni dell’ascoltatore. Se quest’album può essere infatti considerato sufficiente è solo grazie al lavoro, in molti frangenti eccezionale, del vocalist fondatore del progetto.
I brani di questo self-titled di debutto danno infatti l’impressione di essere stati progettati ‘a tavolino’, senza una vera voglia propulsiva: l’opener “Here Comes The King” fintamente tosta, la banalotta “Dirty Blues”, in un’alternanza svogliata di pezzi tra l’hard e il blueseggiante dei quali rimane ben poco… se non la prestazione di Jelusic, sempre perfetta e in grado di dare un’ossatura sufficientemente artistica all’intero album.
Se Lynch si presenta sottotono, con riff derivativi e prevedibili che rimestano nel fondo della sua carriera, Jelusic fornisce una prova da grande vocalist. Lo spettro degli Aerosmith aleggia costantemente su ogni composizione, ma la voce di Jelusic, a metà strada tra R. J. Dio e Myles Kennedy, riesce a non far scivolare tutto nella piatta emulazione. Non è un caso se il momento peggiore del lotto è “The Voice Of The Soul”, pezzo nel quale la maggior parte dello spazio è affidato a Lynch, il quale lo occupa con lunghi e tediosi assoli che nulla hanno a che fare con il chitarrista di “Dream Warriors”.
Il brano “Siren Song” è uno dei pochi a salvarsi dalla banalizzazione diffusa dell’album: un ottimo esempio di hard rock melodico, dal riffing abbastanza energico e un ritornello ricercato, che attinge sì ai grandi archetipi del genere, ma sfoggiando idee e grande intensità. Se i Dirty Shirley avessero intrapreso questa direzione, adesso avremmo davanti un album di assoluta qualità nel panorama hard rock contemporaneo. Questo non può fare altro che accrescere il senso di frustrazione, dato che il giovane Jelusic meriterebbe di dare corpo ad album ben più interessanti, al servizio di composizioni all’altezza del suo potenziale.
