DISINCARNATE – Dreams of the Carrion Kind

Pubblicato il 07/03/1993 da
voto
8.5
  • Band: DISINCARNATE
  • Durata: 00:47:40
  • Disponibile dal: 23/03/1993
  • Etichetta:
  • Roadrunner Records

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James Murphy è un nome che siamo certi dirà più di qualcosa a moltissimi ascoltatori di death metal (e non solo). Braccio destro di Chuck Schuldiner ai tempi di “Spiritual Healing”, coniglio estratto dal cilindro dagli Obituary per l’exploit irripetibile di “Cause of Death”, membro a fasi alterne dei Testament, ospite sui dischi di gente come Gorguts, Nevermore e Vicious Rumors… senza stare ovviamente a parlare della sua attività parallela di ingegnere del suono e produttore. Un musicista che ha saputo lasciare un segno tangibile nel grosso dei progetti in cui è stato chiamato in causa, sebbene accompagnato da un’irrequietezza artistica che ne ha sempre limitato la permanenza tra le fila di uno di essi. Una premessa, quest’ultima, fondamentale per inquadrare la natura dei Disincarnate e capirne la fugace apparizione sulle scene, iniziata nel 1992 con un demo autoprodotto di tre brani (“Soul Erosion”) e conclusasi l’anno successivo con un esordio – il qui presente “Dreams of the Carrion Kind” – da annoverare senza grossi ripensamenti tra i tesori meglio custoditi del metallo della morte floridiano.
Un’opera licenziata da una Roadrunner non ancora stregata dalle sonorità groove metal dei Fear Factory di “Demanufacture” o dei Machine Head di “Burn My Eyes” e prodotta nientemeno che dal ‘guru’ Colin Richardson (Bolt Thrower, Carcass, Napalm Death), che vide il chitarrista statunitense mettere a frutto il bagaglio di esperienze acquisito fino a quel momento in una proposta ambiziosa e di non facilissima assimilazione. Perchè se è vero che il contenuto di “Dreams…” si allinea in toto agli insegnamenti della mitica scuola di Tampa, è altrettanto vero che il modo in cui i vari elementi si combinano tra loro finisce per proiettare giochi di luce e ombre che rigettano con forza la linearità e le facili vie di fuga, in un viaggio di circa cinquanta minuti che spesso è più mentale che fisico. Circondandosi di compagni d’avventura preparati ma fondamentalmente sconosciuti, il Nostro divenne qui l’artefice di un metallo della morte posto idealmente al crocevia tra i tecnicismi e la velenosità dei Death di “Spiritual…” (non poteva essere altrimenti) e le progressioni frastagliate, le alchimie intrise di estasi trascendentale, di Morbid Angel e di alcuni loro discepoli come Monstrosity e Brutality, in un flusso spesso imprevedibile di assalti galoppanti e rallentamenti profondissimi.
Il riffing arzigogolato di Murphy e della spalla Jason Carman – puntualmente inframezzato da assoli eleganti e dal gusto melodico mai banale – diventa come prevedibile il fulcro della tracklist, con una doppia cassa fantasiosa e penetrante a fungere da trampolino di lancio per le suddette evoluzioni e il growling intelligibile del frontman Bryan Cegon (spalleggiato in un paio di episodi da quello di John Walker dei Cancer e di Aaron Stainthorpe dei My Dying Bride) a scandire minacciosamente il tutto. Diversi gli episodi sopra le righe del platter: “Stench of Paradise Burning”, “Beyond Flesh”, “In Sufferance”, “Monarch of the Sleeping Marches”, “Sea of Tears”… tutti baciati da una scrittura parimenti raffinata e brutale, tutti caratterizzati da una varietà di spunti mai fine a se stessa, tutti eleggibili a testimonianza storica dell’audacia musicale di quegli anni. Un’opera che è anche il testamento artistico di una realtà genuinamente bizzarra, la quale evaporò come un miraggio all’indomani dell’uscita del disco lasciando che il non detto e il misticismo delle sue composizioni entrassero di fatto nella leggenda.

TRACKLIST

  1. De Profundis (Intro)
  2. Stench of Paradise Burning
  3. Beyond the Flesh
  4. In Sufferance
  5. Monarch of the Sleeping Marches
  6. Soul Erosion
  7. Entranced
  8. Confine of Shadows
  9. Deadspawn
  10. Sea of Tears
  11. Immemorial Dream (Outro)
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