5.5
- Band: DISIPLIN
- Durata: 00:43:30
- Disponibile dal: 13/01/2011
- Etichetta:
- ATMF
- Distributore: Masterpiece
Disiplin, “disciplina” appunto, una band che già dal nome sembrerebbe tutto un programma. E in effetti qualche onorevole spunto di autentico terrore questo “Radikale Randgruppe” della band norvegese lo riserva, ma la maggior parte del lavoro consiste di un black-noise-industrial confuso, ripetitivo e completamente fuori fuoco. Apparentmente abbandonanto per il momento il black metal puro per il quale sono sempre stati conosciuti, la band norvegese stavolta tenta la stessa strada intrapresa con successo da Aaron Turner e Justin Broadrick con il progetto Greaymachine, ma al contrario del fortunato side project appena menzionato, “Radikale Randgruppe” sembra un lavoro che riesce nell’intento di “esistere”, ma non in quello di “vivere”. Il “gelido” che la band ha tentato di comunicare ha funzionato, troppo, e si è tramutato in ghiaccio duro, incolore e immobile, per un album che nel tentativo di essere apocalittico e glaciale alla fine è risultato essere semplicemente senza anima. L’ombra di Trent Reznor, dei Godflesh e degli gli Atari Teenage Riot ha allevato questa band e si sente in ogni angolo dell’album, ma a differenza delle storiche band appena menzionate, che usavano l’elettronica in maniera osmotica e permeante, i Disiplin ne hanno fatto un guscio vuoto e morto che, completamente sigillato, ha soffocato e stroncato qualunque movimento vitale rock o metal che cresceva e si muoveva all’interno. Le canzoni che compongono “Radikale Randgruppe” sono ossessive e martellanti ma mostrano solo la dura, arrugginita e morta corazza cibernetica di album che è macchina in tutto e in cui la sfera umana e viscerale del rock sembra essere completamente abortita. Le voci non escono mai da un filtro di effetti elettronici scorticanti che le fanno sembrare un mantra mortale in un mondo post-apocalittico in cui l’uomo è estinto da secoli. La batteria, che presumibilmente non è nient’altro che il loop di una drum machine ripetuto fino all ipnosi, è marziale, stridente e bellicosa come se fosse il rumore dei cingoli dei carri armati durante una parata militare. Le chitarre ronzanti e stordenti sono a malapena distinguibili e annegate in un informe marasma noise di synth e tastiere soffocanti. Così, come un lugubre e rumoroso macchinario senza vita né coscienza, questo album svolge il suo compito in totale alienazione, ripetendo gli stessi angoscianti compiti in sequenza perfetta, ancora e ancora, all’infinito, ma senza mai “suonare” tramite quell’impulso vitale che ogni album che trasmette emozioni possiede.
