7.5
- Band: DÖDSRIT
- Durata: 00:36:47
- Disponibile dal: 28/05/2021
- Etichetta:
- Wolves Of Hades
Realtà schiva e legata a doppio filo al mondo DIY, i Dödsrit procedono nel loro personale cammino che ha visto un primo notevole exploit in “Spirit Crusher”, secondo full-length vecchio ormai di due anni e mezzo, e che prosegue ora con questo “Mortal Coil”, opera altrettanto valida nella quale la formazione di origine svedese riesce a creare canzoni variopinte che partono dal disagio, dal dolore e da un senso tragico dell’essere. Dall’uscita del precedente lavoro, il gruppo – in origine un progetto solista guidato dal polistrumentista Christoffer Öster – ha allargato la propria line-up, diventando una vera e propria band con l’ingresso di tre musicisti: tale cambio di assetto ha certamente avuto un’influenza sulla resa finale del disco, il quale appare più compatto, rifinito e potente rispetto al suo predecessore. Non è tuttavia venuta meno la componente “crossover”, la predisposizione a mescolare varie correnti di musica estrema, figlie ora del mondo metal, ora di quello punk hardcore. La percezione, ancora una volta, è che i Dödsrit abbiano voluto condensare in un unico luogo immaginario numerosi frammenti per dare vita ad una miscela dinamica e colorata, da cui si sprigionano come vapore il disincanto e una forte malinconia per il distacco da qualcosa o qualcuno.
Al solito, la base della proposta è rappresentata da un black metal melodico e dolente, il quale viene spesso screziato di fumosi rallentamenti dal sapore post-metal e, soprattutto, di arrembanti derive crust hardcore, dove le ritmiche d-beat la fanno da padrone, impregnando di nostalgica euforia il substrato blackened. La nuova formazione, come accennato, lascia tuttavia il segno, tanto che per la prima volta ci si imbatte anche in vaghe reminiscenze classic metal e in chitarre duellanti che si appiccicano addosso; piccole variazioni sul tema che ampliano il raggio d’azione del gruppo, senza però incidere troppo sulla tipica atmosfera del sound, il quale si conferma sempre e comunque rivestito di inquietudine e amarezza, vuoi anche per lo screaming disperato di Öster.
Ponendosi a metà strada fra Ancst, Martyrdöd, Wolves In The Throne Room e Fall Of Efrafa, i ragazzi confezionano dunque un altro lotto di canzoni ispirate, mantenendo la durata complessiva all’interno di una digeribilissima quarantina di minuti e trovando l’apice in “Apathetic Tongues”, traccia colma di elegiache aperture strumentali a cui viene affidato il compito di chiudere un album che non avrà magari alcun fattore realmente originale, ma che al tempo stesso ha il pregio di risultare maturo e caleidoscopico per il modo in cui vengono mescolati e interpretati i suoni del mondo underground, quasi fossero colori ad acqua.
