6.5
- Band: DOMINANCE
- Durata: 00:53:12
- Disponibile dal: 21/03/2026
- Etichetta:
- Maledict Records
Dopo una pausa di circa dieci anni, tornano in pista i veterani Dominance, storica band death metal nata nella provincia di Reggio Emilia a inizio anni Novanta e meglio conosciuta per aver realizzato tra il 1998 e il 1999 un demo autoprodotto e un album per l’etichetta milanese Scarlet Records, entrambi intitolati “Anthems of Ancient Splendour”.
Un lavoro, quest’ultimo, a metà strada tra le sonorità ultra-melodiche del death metal svedese made in Gothenburg e di una parte della scena black metal scandinava, che ottenne ottime risposte dalla critica di settore e nell’underground – italiano e non solo – dando la possibilità al gruppo di aprire nel 1999 le tappe italiane di un terzetto da urlo formato da Malevolent Creation, Krabathor e Master.
A seguire un promo nel 2005 e altri due album (non al livello del debutto) tra il 2009 e il 2016, il tutto prima di una lunga pausa fino alla rinascita attuale. Dopo una serie di abbandoni e cambi, la formazione attuale vede all’opera tre membri storici della prima ora (il cantante Mauro Bolognesi, il chitarrista Massimo Baroni e il batterista Davide Tognoni) più due innesti provenienti da altre band death metal locali come Morbus e Genital Grinder, nella fattispecie il bassista Maurizio Bandiera e il chitarrista Alessandro Simeoni.
Il nuovo lavoro, dal titolo “… But The Thorns Remain”, è stato registrato nel corso dei mesi di giugno e luglio del 2025 allo Studio 73 di Ravenna, ma vede ora la luce grazie all’etichetta portoghese Maledict Records.
Si tratta di un ritorno alle origini, sia nel risultato sia negli intenti, per il quintetto reggiano, che, cerca in tutto e per tutto di ricreare l’atmosfera ibrida di melodico e brutale di “Anthems of Ancient Splendour”, attraverso una produzione pulitissima e curata, oltre a un valido bagaglio tecnico.
L’album è composto da sette tracce nuove più una riproposizione di “Anthem Of Ancient Splendour”, per quasi un’ora di musica dilatata su minutaggi lunghi e numerose variazioni di tempo durante i pezzi: a farla da padrone è la melodia e non potrebbe essere altrimenti, con le trame di chitarre che si articolano su un flusso continuo di giochi di armonie che dialogano e si rincorrono tra di loro, alternandosi con passaggi di death metal in salsa black leggermente più violento, questi ultimi riconducibili al sound tipico della seconda fase dei Behemoth.
Un pezzo come la title-track “… But The Thorns Remain” rappresenta al meglio lo stile della band, che in sette minuti esatti passa dalla semplicità di un glaciale riff black metal cadenzato e intervallato da un passaggio più tecnico in stile At The Gates, per poi acquietarsi in un interludio quasi meditativo di pure armonie e infine esplodere in un poderoso assalto che unisce la veemenza del blast-beat a una galoppante doppia cassa, una sorta di mix tra i Sacramentum e i Dissection di “Storm of the Light’s Bane”.
Questa formula si ripete per l’intero album, differenziandosi dal debutto del 1999 per l’assenza delle tastiere. La base melodeath in chiave primi Dark Tranquillity emerge con prepotenza in brani come “When The Blood Froze The Earth” e “Darkness Within”, mentre un pezzo come “The Wanderer” fa tornare alla mente anche alcune reminiscenze del black metal sinfonico di metà anni Novanta nello stile di nomi come, per esempio, i norvegesi Old Man’s Child.
La voce è in prevalenza impostata su un growling molto profondo, a cui si sommano alcune divagazioni sullo screaming, in modo particolare quando si esplorano i territori più black metal.
La chiusura dell’album, affidata a una versione rimasterizzata di “Anthem Of Ancient Splendour” è una scelta che piace, perché permette all’ascoltatore di comprendere appieno il percorso evolutivo fatto dai Dominance in oltre trent’anni di carriera, che non hanno rivoluzionato il loro approccio, ma possiamo dire che si sono mantenuti fedeli ai loro anni fondativi; infatti, si evince che la passione per le armonie di suoni non è affatto venuta meno, anzi è cresciuta ulteriormente, diventando anche un po’ scontata e stancante in alcuni frangenti.
Siamo comunque al cospetto di un buon disco, perché il combo reggiano sa suonare e troverà senza dubbio tanti nuovi fan tra gli amanti del metal estremo votato appieno alla melodia.
Non è però un disco per tutti, perché chi cerca sonorità a stelle e strisce o vicine alla prima scena death metal di Stoccolma difficilmente apprezzerà un’opera come “… But The Thorns Remain”, che, anche quando sperimenta il lato più aggressivo del death metal, lascia troppo in secondo piano la ruvidità e la brutalità tipiche del genere, soffermandosi, non sempre con buoni risultati, su incastri eufonici spesso ridondanti e troppo patinati, come nei rallentamenti di “Devourer Of Worlds” e “Revenge Of Steel”.
Rispetto al debutto si sente e pesa anche la mancanza delle tastiere, che ai tempi aggiungevano pathos al tutto e potrebbero risultare funzionali anche in questa nuova incarnazione. Bella la copertina di Erskine Designs, che aggiunge un tocco di epicità a cavallo tra mitologia norrena e ambientazione fantasy.
