7.0
- Band: DOODSWENS
- Durata: 00:37:31
- Disponibile dal: 17/04/2026
- Etichetta:
- Svart Records
A distanza di cinque anni da “Lichtvrees”, i Doodswens tornano con un nuovo album ed una formazione completamente rinnovata: la fondatrice I. (Inge Van Der Zon, batteria) riveste ora anche il ruolo di cantante, con due nuovi compagni di band, ossia R. (il bassista italiano Riccardo Subassi) e P. (Peter ‘Rebel’ Myatezhnik, chitarrista di Dödsrit e Ossaert).
Nonostante la giovane età, gli olandesi possono già vantare esperienze importanti, tra le quali un tour di supporto ai Marduk e la partecipazione al prestigioso Roadburn, a testimonianza di quanto il gruppo sia quotato.
La passione di Inge per il black metal primigenio è nota fin dagli esordi, e “Doodswens” non fa altro che ribadire questo percorso fatto di oltranzismo sonoro: canzoni dirette ed essenziali, poche concessioni alla melodia, una ferocia senza sconti e solamente qualche breve intro ed outro a spezzare la tensione sono gli ingredienti di un disco che non ha la minima idea di cosa significhi il termine ‘innovazione’, ma che vuole solo ribadire con fierezza i capisaldi di questo stile.
Il rimpasto di line-up ha sicuramente contribuito ad apportare qualche cambiamento, pur senza stravolgere la musica del terzetto: al di là di arrangiamenti lievemente più rifiniti e di una produzione cruda ma non caotica come quella riservata all’esordio, ciò che si nota è un approccio vocale ancor più estremo, con la stessa I. che esibisce uno scream feroce, talvolta sconfinante nel growl, oltre alla solita perizia alla batteria.
I brani sono dinamici, caratterizzati da riff di chitarra in tremolo picking, sicuramente già sentiti ma comunque efficaci, e da blast-beat, all’interno di strutture snelle e senza ripetizioni: tra questi si fa notare per le sua atmosfere cupe “Driven By Death” (una sorta di title-track nascosta, in quanto il nome della band può essere tradotto con ‘guidati dalla morte’), accompagnata da un videoclip delirante in stile “The Blair Witch Project”, mentre “She Carries The Curse” si distingue per una minacciosa pesantezza, accentuata da ritmi più lenti.
“Doodswens” continua la strada tracciata da “Lichtvrees”, e ci si sarebbe stupiti del contrario: le sue radici sono ben salde in quel black metal grezzo e old-school tipico degli anni ’90 e vengono ripescate senza indugi sonorità appartenenti ai vari Darkthrone, Marduk e Naglfar, ma la convinzione e la passione profusa rendono il lavoro interessante per gli appassionati del genere.
L’hype che aveva introdotto la band al suo debutto si è decisamente attenuato, eppure Inge e compagni dimostrano di non essere un fenomeno di passaggio, con un disco tanto derivativo quanto solido e fedele ai propri principi.
