DOOL – Here Now, There Then

Pubblicato il 29/07/2017 da
voto
8.0
  • Band: DOOL
  • Durata: 00:49:55
  • Disponibile dal: 17/02/2017
  • Etichetta: Prophecy Productions
  • Distributore: Audioglobe

Per breve che sia stata, la parabola dei The Devil’s Blood ha lasciato ricordi meravigliosi in chi ha avuto il privilegio di ammirarla. Nel giro di due dischi (il terzo “III – Tabula Rasa Or Death And The Seven Pillars” è giunto quasi postumo), i sei olandesi hanno calamitato attenzioni trasversali nel panorama hard’n’heavy, trovando consensi sia fra gli appassionati di sonorità retrò che negli ambienti di metal estremo, grazie a una musica ombrosa, magica, votata all’occultismo e alle concupiscenze del maligno. A breve distanza dallo scioglimento, è arrivata la prematura morte di una delle due menti principali, Selim Lemouchi, mentre la sorella Farida è ripartita con i più leggeri The White Faces, di cui si sono perse presto le tracce dopo alcune esibizioni dal vivo. Il prezioso testimone sembra allora essere passato ai Dool, che dei The Devil’s Blood presentano in line-up il bassista Job van de Zande e il batterista Micha Haring. Con loro, in un assetto a tre chitarre che guarda caso avevano anche gli autori di “The Thousandfold Epicentre”, ci sono una cantante dedita in precedenza a un country un po’ obliquo (Ryanne van Dorst, impegnata anche alla chitarra) e due chitarristi di estrazione dark rock-indie (Nick Polak, militante nei Gold, e Reinier Vermeulen dei New Media). Annunciati dal primo singolo “Oweynagat”, edito a settembre del 2016, con il primo full-length “Here Now, There Then” i Dool fanno centro pieno. I richiami all’occult rock dei decenni ’60 e ‘70 rappresentano solo una parte del discorso, perché da questo ceppo principale si dipartono articolate diramazioni gothic, death-rock, darkwave, cantautorali, folk e doom. Ciò che i singoli musicisti hanno apprezzato e assimilato nei loro precedenti trascorsi e in progetti contemporanei, entra in qualche maniera nel disco e si trasfigura sotto molteplici sembianze. Quella più plumbea va in scena in apertura, nella traccia più lunga e ostica; in “Vantablack” il basso rimbomba elefantiaco, amplificando l’effetto onirico indotto dai vocalizzi della van Dorst, mentre le sei corde indulgono in una strisciante narcolessia, abbandonate in arpeggi psichedelici che nel finale scrosciano cupi e tramortenti. I chiaroscuri elettroacustici si permeano in tutto l’album di connotazioni assai particolari, gli assottigliamenti di suono non conducono affatto a scampoli di serenità, vengono evocati mondi fantastici contenenti paure e inquietudini, fantasmi assillanti che non hanno alcuna intenzione di lasciare dormire sonni tranquilli. Si mescolano toni da ballata e rock spigliato d’annata in “Golden Serpents”, i sentori emersi in apertura diventano certezze: se non siamo di fronte alla reincarnazione dei The Devil’s Blood, poco ci manca! La cantante possiede un timbro vicino a quello di Farida, ne detiene pure il medesimo camaleontismo, solo non traspare quella vena di pazzia presente nella voce della connazionale. Inoltrandoci nella tracklist, assistiamo a frequenti cambi d’abito e umore, che possono portare a gorgheggiare sinistri su un tappeto di fulminanti progressioni (“Words On Paper”), tratteggiare scenari di decadente romanticismo (“The Death Of Love”), consegnarci un orecchiabile, potenziale singolo come “She Goat”, chiusura easy-listening che non manca di gusto e profondità, nonostante un certo alleggerimento e la maggiore linearità rispetto ad altre canzoni della raccolta. Con scrittura ispirata e arrangiamenti fantasiosi, i Dool si mostrano capaci di trasportare in un altrove denso di magia, risuonando orecchiabili e immediati pur attraverso una proposta che schiude alcuni dei suoi aspetti migliori solo attraverso ascolti minuziosi. Esordio di grande caratura.

TRACKLIST

  1. Vantablack
  2. Golden Serpents
  3. Words On Paper
  4. In Her Darkest Hour
  5. Oweynagat
  6. The Alpha
  7. The Death Of Love
  8. She Goat
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