7.5
- Band: DRACONIAN
- Durata: 00:57:54
- Disponibile dal: 08/05/2026
- Etichetta:
- Napalm Records
Sei anni sono trascorsi da “Under A Godless Veil”, il periodo più lungo tra due uscite in casa Draconian, e molto è cambiato da allora: ritorna in formazione la cantante Lisa Johansson, uscita nel 2022 dopo aver partecipato ai primi cinque album e sostituita da Heike Langhans negli ultimi due, e contemporaneamente il chitarrista Niklas Nord (Myteri, DeathTrap, The Random Victims) ed il batterista Daniel Johansson (Antikvlt, Aspernamentum, ex Wormwood) entrano in forma stabile nella line-up, con Daniel Arvidsson che dalla chitarra passa al basso.
Gli svedesi, attivi da metà degli anni ’90 e con il primo disco “Where Lovers Mourn” pubblicato nel 2003, sono considerati tra i capiscuola della seconda ondata gothic doom/death metal e, in una carriera ormai più che trentennale, si sono sempre distinti per la coerenza con cui hanno mantenuto viva e vegeta la formula originale, certamente con poche modifiche ma anche senza sbavature.
“In Somnolent Ruin” prosegue sulla traccia di una continuità che, considerato l’alto livello generale delle loro uscite, può essere vista come un rifugio sicuro: il sound del nuovo arrivato, infatti, non si discosta più di tanto da quello del suo predecessore, ma va a scrivere un nuovo capitolo di una discografia che finora non ha mai visto passi falsi.
Se la miscela tra gothic doom/death metal e parti più accessibili rimane pressoché invariata e anche l’immaginario, che tratta divinità che tradiscono, sogni infranti ed un mondo reale falso e crudele, viene riproposto con vivida forza, l’impressione è che questi brani spingano sul lato onirico della musica dei Draconian, con aperture più marcate ed atmosfere mediamente meno cupe.
La capacità di scrivere ritornelli, ed il modo in cui questi si incastrano nelle strofe, è da sempre una delle armi vincenti degli scandinavi: “In Somnolent Ruin” non è il disco più accattivante della band da questo punto di vista ma, quando il meccanismo funziona, il risultato sono pezzi quali “The Face Of God”, con tempestose sfuriate doom e ipnotici intermezzi post-metal, o “Anima”, con la partecipazione di Daniel Änghede (bassista su “Under A Glass Veil” nonché membro del duo ambient Ison) alla voce pulita, un brano intimo e profondo sulla scia degli ultimi Swallow The Sun.
In controtendenza “Cold Heavens”, la canzone più snella del lavoro – e forse proprio per questo motivo scelta come primo singolo – che, seppur dinamica e diretta, manca della necessaria profondità.
Fondamentale è il ritorno di Lisa Johansson, la cui prestazione riesce ad alzare la qualità in molte situazioni: la fragilità con cui introduce le note drammatiche di “I Welcome Thy Arrow” ne è l’esempio migliore, insieme agli intrecci vocali di “I Gave You Wings”, aggraziata da pianoforte ed archi, e alla sonnolenta “Lethe”, che trae ispirazione dal Fiume dell’Oblio della mitologia greca, le cui acque erano destinate a cancellare il ricordo della vita terrena.
La scelta di una produzione cristallina ma anche corposa è perfetta per valorizzare tutti i suoni di un disco non facile da metabolizzare ma capace di crescere con il tempo, solitamente sinonimo di qualità.
Con “In Somnolent Ruin” i Draconian ribadiscono quale sia la loro identità stilistica, fatta di sonorità imponenti, melodie e un trasporto emotivo che guida l’ascoltatore tra disperazione e speranza: un’opera che non aggiunge molto a quanto fatto in precedenza, in un genere forse anche sorpassato dalle mode, ma dimostra come anche dei musicisti ormai veterani possano produrre ottima musica semplicemente rimanendo se stessi.
