DREAD SOVEREIGN – Alchemical Warfare

Pubblicato il 05/01/2021 da
voto
7.5
  • Band: DREAD SOVEREIGN
  • Durata: 00:51:52
  • Disponibile dal: 15/01/2021
  • Etichetta: Metal Blade Records
  • Distributore: Audioglobe

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Seguendo una lunga scia di magie, perversioni, sordidi esperimenti, ideali distorti e mostruosità assortite che in quel periodo, ancor meglio che in altri momenti della storia umana, pullulavano e segregavano menti e cuori, i Dread Sovereign si reimmergono nella loro macabra visione del Medioevo. “Alchemical Warfare” aggiorna con un’eccellente propulsione alla velocità, l’epos, la guerra a mezzo di strumenti, le sonorità caliginosamente doom messe in mostra nei primi due dischi “All Hell’s Martyrs” e “For Doom The Bell Tolls”. Finora, pur senza demeritare – le qualità dei musicisti in campo non si discute – gli irlandesi si erano distinti quali valenti follower del doom ottantiano, miscelando un radicale amore per Saint Vitus e gruppi affini con soluzioni più classicamente heavy metal. Mettendo così in fila un manipolo di buone canzoni ma, in estrema sintesi, senza offrire guizzi memorabili. Con questa nuova uscita il discorso cambia, perché intanto si perde quel fiero, severo, autocontrollo che delimitava le sonorità di competenza nei predecessori; in secondo luogo, perché la qualità del songwriting va elevandosi e, di pari passo alla maggiore fisicità e prepotenza strumentale, la complessità delle partiture si alza non di poco, così come la varietà delle soluzioni adottate.
Alan Averill e compagni dismettono in parte le vesti della doom metal band dura e pura, buttandosi a capofitto in scorribande strumentali dal sapore epico, sadicamente sanguinarie. Riluce in questo contesto un riffing intraprendente e si dispiegano solismi incalzanti, che ripercorrono il meglio del classic metal più oscuro degli anni ’80, incrociando brillantemente sfumature dark alla Mercyful Fate, la frenesia dello speed metal, l’epica stradaiola e pratica degli Omen. Nomi utili a dare un riferimento, non esaustivi né per forza esplicativi dell’intero arsenale dispiegato dai Dread Sovereign in tracklist. “She Wolves of the Savage Season” da sola sbaraglia il grosso di quanto composto in precedenza dalla formazione; chiaroscuri puliti figli della NWOBHM più sinistra si intersecano a invettive taglienti, cambi di tempo bellicosi rilanciano continuamente l’azione, Averill aggredisce con un cantato sporco leggermente diverso dal solito. “The Great Beast We Serve” è a sua volta baciata da una prova solista inebriante, ondeggia tra stacchi punitivi e cadenze epicheggianti che fanno tremare la terra, si inizia a notare un respiro corale poco usuale per i Dread Sovereign. La coda strumentale, prolungata e avviluppante in un gothic-doom elegante e avvolgente, sembra non finire mai…
Il senso di mistero, la sensazione di immersione in un romanzo intriso di storia, orrore e riflessioni su eccessi religiosi e presenze diaboliche, va crescendo, complice ritmiche ruvide, sospinte da una foga che non si fa mai eccessiva, ma serve a incanalare al meglio le idee del trio. Si incita alla carica nelle stentoree strofe di “Nature Is the Devil’s Church”, vicina sia al materiale dei Primordial, sia al miglior epic metal ‘d’assalto’ vergato da Manilla Road e Doomsword; “Her Master’s Voice” si riporta invece verso gli ‘stonatissimi’ andirivieni, barcollanti e fumatissimi, dei Saint Vitus, dove apprezziamo la trasmutazione di Averill in un credibilissimo interprete doom/hard rock settantiano. “Devil’s Bane” mostra un’altra faccia ancora del gruppo, suoni e voce si inaspriscono, tocchi thrash e black metal ante-litteram rendono sdrucciolevole, brusco, l’incedere della formazione, salvo concedere una brillante apertura melodica nel concitato refrain. “Ruin Upon The Temple Mount” è strumentale luttuosissima nella sua prima parte, un cantico funebre con il basso a rintoccare campane a morte; nella seconda metà, le cateratte si aprono e si vira verso atmosfere altrettanto nerastre, cui si aggiunge un poderoso carico di dannazione e l’odore di zolfo si diffonde in voluttuose spire, saldando chitarrismo strisciante e vocalizzi raggelanti. Non convince appieno soltanto la caotica chiusura di “You Don’t Move Me (I Don’t Give a Fuck)”, cover dei Bathory (da “Jubileum Vol. I”), sicuramente fedele all’originale e giusto scolastica nell’interpretazione di quello che, già in origine, non era propriamente un episodio memorabile uscito dalla penna del compianto Quorthon. Un piccolo neo che non va a pregiudicare le positive impressioni generate da “Alchemical Warfare”. Li attendevamo a ripercorrere più o meno saldamente i medesimi sentieri, invece i doomster irlandesi hanno osato inventarsi qualcosa di relativamente nuovo, e sono riusciti a superarsi. Un bel modo di iniziare il 2021 metallico.

TRACKLIST

  1. A Curse on Men
  2. She Wolves of the Savage Season
  3. The Great Beast We Serve
  4. Nature Is the Devil's Church
  5. Her Master's Voice
  6. Viral Tomb
  7. Devil's Bane
  8. Ruin upon the Temple Mount
  9. You Don't Move Me (I Don't Give a Fuck)
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