7.5
- Band: DROUTH
- Durata: 00:40:52
- Disponibile dal: 16/05/2025
- Etichetta:
- Eternal Warfare
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A distanza di un pugno d’anni che sembrano una vita fa (era il lontano 2020), quando uscirono con il buonissimo “Excerpts From a Dread Liturgy”, i Drouth tornano con “The Teeth of Time”, terzo lavoro pubblicato da Eternal Warfare Records (oltre all’EP di debutto nel 2015).
Il disco consta di cinque brani per circa quaranta minuti complessivi: una scaletta breve di composizioni estese, articolate, atmosferiche, ma soprattutto ferocemente godibili e grintose. Stiamo parlando di un black metal che tiene come riferimento principale la seconda ondata, e che guarda tanto ai nomi storici quanto alle evoluzioni più recenti occorse negli ultimi anni (per fare un nome moderno e piuttosto noto, che ci torna spesso in mente ascoltando i Drouth, citeremmo gli Spectral Wound); non senza tenere d’occhio dei fugaci innesti death metal, derivazioni doomy (più presenti che in passato) e una riottosa aria crust. Il disco è permeato da una melodia molto evidente nella costruzione dei giri di chitarra, che non abbandona mai le canzoni e anzi le rende immediatamente avvicinabili e facili da ricordare, ma lungi dall’essere un trucchetto per una facile fruizione dell’album: “The Teeth Of Time” è piuttosto estremo, non fa sconti e scorre veloce e pesante, con un gusto puramente heavy metal nelle rifiniture; l’armonia è quindi funzionale alla canzone (e non viceversa), capace di essere presente senza risultare melensa o catchy.
Per dare un’idea di contesto, altri nomi che ci vengono in mente sono quelli di The Flight Of Sleipnir o Cormorant.
L’album è denso di significato, si fa scoprire durante ripetuti ascolti (che consigliamo in cuffia) e fa sentire con autorevolezza i suoi quaranta minuti, scorre lasciando un ottimo segno del proprio passaggio, ficcandosi bene in testa grazie a momenti si aggressivi e marziali, come ad esempio “False Grail”, un brano black-death che si chiude con una lunga sezione doom arricchita da Eva Vonne degli Isenordal, o con le scorribande eclettiche di “Exult, Ye Flagellant”, le cui malinconiche note doom rallentano proprio verso la fine un viaggio andato via molto veloce. A questo aggiungiamo anche una certa cura nei testi (come del resto nei precedenti lavori), capaci di affrontare la tensione tra identità reale e immagine percepita, in un contesto lirico cupo e nichilisita.
“The Teeth of Time” è un lavoro violento e aggressivo, che tradisce un certo gusto americano nel suonare il black metal, capace di risultare ragionato e viscerale, e la cui ferocia riesce a risultare consapevole e disillusa. Consigliato.
