DYMNA LOTVA – Vyraj

Pubblicato il 01/08/2026 da
voto
7.0
  • Band: DYMNA LOTVA
  • Durata: 00:44:42
  • Disponibile dal: 07/08/2026
  • Etichetta:
  • Prophecy Productions

“Vyraj” è il quarto tassello che va a colorare la discografia dei Dymna Lotva, gruppo fondato nel 2015 a Minsk e dedito a una particolare commistione di post-black e doom metal. Musica estrema quindi, ma anche dissidenza politica: dal dicembre 2025 infatti i Dymna Lotva sono ufficialmente riconosciuti dalla Corte Suprema bielorussa come ‘gruppo estremista’, e di conseguenza hanno dovuto rilocare il gruppo in Polonia, dove è stato anche registrato questo nuovo disco.
Decisamente una band fuori dalla norma, personali anche nell’infarcire il loro suono con suggestioni gothic metal, funeral doom e progressive rock, incorporando anche alcuni sporadici elementi di elettronica e musica folk, il tutto in un contesto fortemente atmosferico.
I brani del nuovo album giocano su più piani emotivi, dai toni disperati di “The Boat of Despair”, con ospite alla voce Aaron Stainthorpe, ex My Dying Bride, a quelli più etnici ed estatici della prima, magistrale, “Zory”, che a un inizio soffuso quasi pinkfloydiano fa seguire un black metal tastieristico, sul quale uno scream decisamente estremo è accompagnato da cori femminili capaci di stemperarne la crudezza, tutto ad opera della cantante Nokt, capace di offrire una prestazione di indubbio impatto.

Ma tutto l’album è un vero caleidoscopio musicale in ​​continua tensione, il cui tema principale può essere definito ‘etnoastronomia bielorussa’: in alcune leggende slave infatti, il cielo stellato è associato, oltre che all’aldilà, anche ai viaggi, un’idea metaforica strettamente legata alle vicissitudini vissute dalla band, costretta all’esilio forzato dal paese natio.
Lo stesso titolo dell’album, “Vyraj”, designa un regno leggandario dove gli uccelli migrano per l’inverno e dove le anime dei defunti trovano il loro riposo eterno; il ritorno a casa degli uccelli migratori è anche, allegoricanente, il desiderio di ritorno dall’esilio di Nokt e dei suoi sodali.
Le immagini della copertina e del libretto dell’album sono fotografie scattate di notte da un gruppo di amici dei Dymna Lotva nel villaggio di origine della cantante, e immortalano lo sciame meteorico delle Perseidi.
Oltre a Nokt, autrice anche di tutti i testi, l’altro elemento chiave è il compositore, chitarrista e bassista Jaŭhien; insieme hanno fondato il gruppo nel 2015 e condotto la band fino all’odierno quarto lavoro, che va ad arricchire una discografia finora di alto livello qualitativo.
Integrano la formazione Mikita alla chitarra ritmica e Bocian alla batteria, che completa una sezione ritmica molto asciutta e lineare, perfino troppo, considerando il contesto progressivo, ma dal suono limpido e preciso.

Non si riscontrano comunque carenze tecniche su quest’album: certo, gli scream sono molto ruvidi, ma nulla che non si sia già ampiamente sentito nel black metal o nel funeral doom; la registrazione è ottima, gli strumenti si sentono tutti nitidamente e l’amalgama è ben riuscito; anche la cifra stilistica, un post-metal a metà strada tra black metal etnico e visionario e doom progressivo è assolutamente affascinante e può ricordare qualcosa dei Solstafir o, andando ancora più indietro nel tempo, dei Solefald o degli In The Woods; il gruppo ha comunque personalità, esperienza e una dedizione profonda e palpabile.
Tutto perfetto quindi? Non proprio in verità, o perlomeno non del tutto. Considerando l’alta qualità delle esecuzioni, degli arrangiamenti, della registrazione, il problema potrebbe risiedere in ciò che risulta essere uno degli approcci compositivi dei bielorussi: gran parte delle canzoni sono concepite come nenie – o come dei mantra – dove il tema principale si ripete costantemente lungo il brano, conferendo un che di psichedelico o ossessivo, che tende però talvolta ad annoiare, e a far scemare quindi l’attenzione.
La volontà di concepire le canzoni come dei temi omogenei e ben caratterizzati è assolutamente positivo, come anche l’intenzione di evitare troppi cambi di tempo e di atmosfera, tuttavia ciò può condurre a una certa staticità di fondo.
Eppure la capacità di fondere insieme così tanti elementi diversi e convogliarli in una cifra stilistica che comunque possiede una certa coerenza è assolutamente encomiabile e senz’altro non da tutti, e ciò è particolarmente evidente negli episodi migliori: oltre ai già citati, segnaliamo anche la quarta, epicissima, “Viedźmieragina” e la traccia finale “Return My Coffin Home”, forse la vera perla dell’album.

Un album affascinante che può incuriosire e ammaliare più di un appassionato, e in particolar modo quanti prediligono il metal più atmosferico e personale; per il salto di qualità successivo, l’impressione è che ancora manchi qualcosa: forse i Dymna Lotva dovrebbero spingere ancora di più sull’innovazione, in modo che la loro proposta risulti veramente ‘post-‘, e che ogni frangente delle loro composizioni possa offrire sorprese, mantenendo così sempre alta l’attenzione; oppure, all’opposto, attingere di più dalla tradizione del black atmosferico e del death-doom, al fine di ottenere una maggior fruibilità e naturalezza.

TRACKLIST

  1. Zory
  2. Veha
  3. The Boat of Despair
  4. Viedźmieragina
  5. Niama Darohi
  6. Bu Samoje
  7. Ustań Za Mianie
  8. Return My Coffin Home
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