7.0
- Band: DYSMORFIC
- Durata: 00:05:50
- Disponibile dal: 25/07/2024
- Etichetta:
- LoveEarthMusic
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Quando la sperimentazione e l’universo underground si incontrano, emergono prodotti che non hanno alcun senso logico, almeno da un punto di vista commerciale. Sappiamo bene però che la ‘nostra’ musica deve poco al parametro della commercialità – il più delle volte, almeno – ed è proprio su questo presupposto che ci troviamo a parlare del nuovo EP dei mantovani Dysmorfic, formazione storica del grindcore in giro ormai da venticinque anni.
Il grindcore primigenio di “Suffer And Die” o dei primi split è ormai molto lontano, visto che la band è oramai un duo basso/batteria che propone un grind sperimentale di non facile acquisizione, soprattutto nelle versioni da studio.
L’operazione stessa è buffa fin dalla concezione: i quattro pezzi proposti sono infatti distribuiti in due versioni differenti e in due prodotti fisici distinti. Uno è uno split con i bolognesi Glauco, l’altro è un mini ‘in solitaria’ dove ai pezzi ‘propri’ del gruppo si aggiunge la performance di Cristiano Roversi, produttore e musicista già noto nella scena rock e progressive (i ‘suoi’ Moongarden e collaborazioni con John Wetton o Vinicio Capossela).
Le quattro canzoni, nella loro versione più scheletrica di basso e batteria, appaiono nello split e si presentano come strumentali, dove un basso galoppante si incrocia e si sfida con una batteria tutt’altro che statica. I riferimenti sono ovviamente i giapponesi Final Exit, il jazzcore, i mondi più estremi di Patton o John Zorn; in un ambito più metal, pensate ad una versione demotape dei primissimi Behold The Arctopus, ovviamente senza chitarra e con meno propensione per portare gli strumenti all’estremo.
La seconda parte dello split è affidata ai Glauco, tre musicisti jazz appassionati di metal estremo che si sfogano intessendo brani (sempre rigorosamente strumentali) che possono corrispondere ai riferimenti fatti in precedenza, spingendo invece molto sulle accelerazioni schizoidi di scuola Mike Patton/John Zorn; condisce il tutto un sano umorismo che permette loro di intitolare un pezzo “La A di Astronzo”.
Il secondo prodotto invece, dove sono presenti i soli Dysmorfic, presenta come detto le stesse tracce, ma arricchite dalla prestazione musicale di Roversi, che aggiunge tastiere, organo e programmazione. Il titolo, in questo caso, è “To Defy The Laws Of Grindcore”, i brani con l’aggiunta di Roversi acquistano più spessore e, paradossalmente, mostrano un lato ancora più strambo e sperimentale, quasi fossero suonati da dei Calibro 35 completamente ammattiti.
Per concludere: se in casa avete i nomi citati fino a qui più tutta la parte sperimentale del catalogo Relapse come Zombi e o Dysrhythmia, questo nuovo parto a nome Dysmorfic fa per voi.
Se invece siete ancorati su musica estrema in modo classico, potreste sentirvi frustrati se non arrabbiati per aver affrontato qualcosa del genere. Personalmente invitiamo sempre gli ascoltatori a testare i propri limiti, quindi a voi la scelta. Mezzo punto in più per il coraggio di aver fatto uscire la doppia versione fisica praticamente in contemporanea.
