EARTH – Angels of Darkness, Demons of Light I

Pubblicato il 22/02/2011 da
voto
7.0
  • Band: EARTH
  • Durata: 01:00:26
  • Disponibile dal: 07/02/2011
  • Etichetta: Southern Lord
  • Distributore: Goodfellas

Immaginate di starvene seduti in completa solitudine seduti sulla sponda del Mississippi nelle sconfinate campagne del Tennessee. E’ una giornata estiva che volge al termine. Il tramonto si assottiglia e il vento muove le canne nel silenzio più assoluto, mentre la notte lentamente avvolge tutto. Non c’è nulla di cui avere paura ma tutto sembra sconfinato, enorme e selvaggio, e voi – uomini – vi sentite minuscoli, insignificanti ed indifesi. Il Mississippi di fronte a voi scorre lento e nero. Sembra vecchio, saggio, senza tempo. Sembra potente, placido e irrefrenabile mentre trascina le sue scure e immense masse d’acqua e detriti di ogni tipo in giro per il tutto continente americano. Con i suoi ritmi, i suoi movimenti, i suoi tempi dilatati ed eterni. La musica degli Earth sarebbe una colonna sonora perfetta per uno scenario simile. E’ così, come il vecchio Mississippi: magmatica, placida, enorme, irrefrenabile. Lenta e catramosa come una slavina di fango, si trascina e rantola in una ormai fossilizzata e cristallizzata crosta doom che una volta era viva e ringhiante, e che andava sotto il nome di “Earth 2”. Oggi quella crosta si è spenta, ha spento la distorsione e “placato” gli amplificatori, ma non ha perso un grammo della sua struggente e monolitica incombenza. Sacrificando la bruttezza, lo sconforto e il dolore dilaniante in favore della pace, Dylan Carson ha esorcizzato e scacciato demoni che sembravano invincibili e ha fregiato il suo baratro sonico di luce, colori e tinte speranzose. L’odio, la guerra, la sofferenza, la droga, la distruzione e la depressione sono tutti concetti appartenenti al mondo degli uomini da cui gli Earth un tempo provenivano. In questo “Angels of Darkness, Demons of Light I” invece, dell’uomo sembra non esservi più traccia alcuna. Appare come una cretura sonica completamente priva di alcuna sfera umana, un magma sonico infinito che è natura in tutto. Selvaggio, incontaminato, pacifico, inattaccabile e sconfinato. Seguendo il nuovo sentiero “bucolic-doom” iniziato con “Hex; Or Printing In The Infernal Method” e “The Bee Made Honey In The Lion’s Skull”, la vecchia Fender di Dylan Carson anche stavolta disegna traiettorie blues-folk lunghissime e dilatate che sembrano cadere in perenne sospensione senza mai toccare terra o avere mai una fine netta e compiuta. L’organo Hammond ha lasciato il campo al violoncello di Lori Goldston, che drammatizza ulteriormente la “deumanizzazione” dell’intero lavoro spingendolo ancora di più oltre il burrone del naturale e del selvaggio. Un album ancora una volta puntellato e sorretto dalla lentezza e dal minimalismo come forma di estremismo. Il vuoto che diventa suono e il suono che diventa vuoto. Il nulla e il silenzio tra gli spazi come nuova forma di ascetica ed estetica musicale. Quello che non c’è, che invece è presente. Quello che non è, che vive più di quello che invece è. Confini, contorni e punti di riferimento sfocati. Polverizzati. Annientati. Questa è la musica di Dylan Carson, un uomo semplice, che ne ha viste tante, che è stufo, che non ha più confini. Come la loro musica, per gli Earth, il rispetto è sconfinato.

TRACKLIST

  1. Old Black
  2. Father Midnight
  3. Descent to the Zenith
  4. Hell’s Winter
  5. Angels of Darkness, Demons of Light I
1 commento
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