EARTHCRY – Where The Road Leads

Pubblicato il 27/11/2012 da
voto
7.5
  • Band: EARTHCRY
  • Durata: 00:62:47
  • Disponibile dal: 22/10/2012
  • Etichetta:
  • Revalve Records

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Decisamente ambizioso il progetto Earthcry, nuovo nome inquadrabile all’interno del panorama progressive tricolore, ma che vede coinvolti grandi stelle anche internazionali in veste di guest singer sulle varie tracce dell’album. Della partita sono infatti nomi del calibro di Roberto Tiranti (Labyrinth), Marco Basile (DGM), Damian Wilson (Threshold), Oliver Hartmann (ex At Vance, Avantasia, Hartmann), Marco Sandron (Pathosray) e Zachary Stevens (Circle II Circle) dei mai troppo elogiati Savatage, formando un ‘parco cantanti’ da fare invidia anche al famoso progetto Avantasia di Sammett. Impostato anch’esso sulla formula ‘metal opera’, con ogni cantante ad interpretare un diverso personaggio, l’opera prima degli Earthcry “Where The Road Leads” si rivela un monumentale e bellissimo lavoro di più di un’ora di musica, costantemente a cavallo tra un chitarrismo squisitamente progressive, massicce ritmiche debitrici del power e una forte matrice symphonic, che molto fa per impreziosire l’atmosfera di ciascuna composizione. La storia narrata nel corso di queste dieci – spesso lunghe – canzoni è curata e intrigante, sullo stile dei concept fantascientifici di Lucassen nel progetto Ayreon e, nonostante il compositore genovese Sidoti inserisca come elemento principale della trama i stra-abusati Maya e le loro profezie, riesce a risultare non banale, impresa non da poco visto il bombardamento mediatico che stiamo ricevendo sull’argomento a poche settimane dalla fatidica data. Il disco e la storia si aprono con l’immaginario scorrere di tende di “Sailing On”, breve introduzione atmosferica che ci mostra i due protagonisti principali Tiranti e Basile a bordo di una barca. Uno strano evento atmosferico come una spirale di luce nel cielo attrae l’attenzione dei due personaggi, e l’album parte a bomba con “New Fading Sun”, la quale  irrompe con vigore power dalle nostre casse. Il brano introduce alla grande l’album, alternando lo stile vocale carico di Basile con quello più acuto di Tiranti e si rivela da subito un vero masterpiece del genere power-prog. “Hospitality” vede gli eroi ripararsi presso il rifugio di un nuovo personaggio (Damian Wilson), sorta di moderno sciamano-dottore: in questo più progressivo frangente un riff alla Petrucci fa da base per la prestazione variegata e multiforme di Wilson, che si rivela uno dei migliori performer su questo album. La storia prosegue con i due protagonisti che si consultano sull’accaduto nelle due canzoni successive con un vecchio pilota che tempo addietro visse una simile esperienza. E’ Oliver Hartmann a dare la voce a questo singolare personaggio, condendo con una buona prestazione due pezzi assai diversi – il primo emozionale, sentito e diretto, mentre il secondo fin troppo costruito ed elaborato nelle complesse melodie che vedono i quattro cantanti alternarsi continuamente. “Landscape” ci offre un grande Zachary Stevens e il bravo Sandron, entrambi i cantanti impegnati nello svelare a poco a poco la complessa trama ai due increduli protagonisti; il pezzo odora ancora una volta di complesse trame progressive ma è caratterizzato da molteplici digressioni nel sinfonico che gli danno un piglio più arioso ed accessibile che lo rendono il vero masterpiece dell’album, complice anche l’ottima prestazione dell’ex Savatage ai microfoni. Ancora Stevens è protagonista nella semiballad “Strangers”, che fornisce elegante base strumentale e vocale vicina ai Kamelot arricchendo le atmosfere di un album basato fin’ora su sonorità prevalentemente robuste e complesse. La tensione strumentale sale ai massimi livelli con la successiva “Uncharted”, nervoso sconfinamento nel progressive di alta scuola sul modello sdoganato a suo tempo dai Symphony X; il brano vede i protagonisti seguire le indicazioni per un misterioso tempio Maya, perso nella giungla messicana, all’interno del quale sperano di vedere chiarite le proprie ossessioni su quanto capitato loro. “The Temple” ci presenta il tempio, ma fa riposare i cantanti, mettendo in mostra l’abilità dei chitarristi coinvolti nel progetto e sottolineando la bravura del ‘patron’ Enrico Sidoti dietro la batteria, prima di concludere con la spettacolare “Inside”, brano corale nel quale i nostri eroi entrano nel tempio per scoprire… lo sapremo nel prossimo episodio. Un disco sorprendente, assolutamente da comprare e da godersi attentamente, booklet alla mano, per coglierne ogni sfumatura sia musicale che a livello lirico. Ben fatto.

TRACKLIST

  1. Sailing On
  2. New Fading Sun
  3. Hospitality
  4. Recall
  5. Into The Asylum
  6. Landscapes
  7. Stranger
  8. Uncharted
  9. The Temple
  10. Inside
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