7.5
- Band: EARTHLESS
- Durata: 01:01:20
- Disponibile dal: 27/01/2022
- Etichetta:
- Nuclear Blast
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La psichedelia degli Earthless non passa mai di moda. Le sortite spaziali e desertiche della formazione di San Diego sono diventate pian piano l’emblema del trip chitarristico da acido e presabenaggine: di questo si deve concedere loro grande merito.
In sella ad un nuovo cavallo bardato di wah-wah, fuzz ed effettistica varia, il trio californiano ritorna roboante e schiacciasassi ad imporsi come cardine di genere. E anche questa volta, ovviamente, si ritorna (staccandosi un po’ dal più conciso “Black Heaven”) a parlare di suite lunghissime, che necessitano un tempo di percorrenza molto lungo. Se armati di pazienza (e di questo tempo) allora si potrà tornare a godere dei tripudi epici e magniloquenti sabbathiani e zeppeliniani portati ai territori estremi, dove il pattern fondante del pezzo ricerca pian piano il migliore modo per essere espresso. L’album si compone infatti di due momenti fondamentali: la lunga suite omonima, divisa in due pezzi, e la finale “Death To The Red Sun”. Quest’ultima è un delirio sabbathiano mirabilmente orchestrato che non sembra nemmeno una jam: venti minuti di riffaggio selvaggio ma tenuto insieme da una perizia maturata nel corso di vent’anni di attività.
L’album pare ispirato a un’antica leggenda giapponese in cui un’orda di demoni, fantasmi. ghoul e altri simpatici mostri scende sui villaggi addormentati a cadenza annuale. Conosciuto come Hyakki Yagyō, o la parata notturna dei cento demoni, una versione del racconto afferma che chiunque sia testimone di questa processione ultraterrena morirà all’istante o sarà portato via dalle creature della notte. Di conseguenza, gli abitanti del villaggio si nascondono nelle loro case, per paura di diventare vittime di questi invasori soprannaturali. La tribalità innestata da Mario Rubalcaba nella seconda parte della suite, infatti, immerge pienamente in questo immaginario un po’ onirico, un po’ creepy, che insieme alle funambolie di Isiaiah Mitchell, rintocca come campane a morto, ricordandoci quello che il trio ci ha insegnato in questi anni. Le jam di cuore e di spirito, fatte come si deve, come accade sul finale della suite, appagante ed estatico come si chiede che sia.
“Night Parade of One Hundred Demons“ mostra ciò che gli Earthless sanno fare meglio, ricordando i primi album come “Sonic Prayer“ e “Rhythms from a Cosmic Sky“. La band continua a convincere, anche senza arrivare ai livelli liberi e mastodontici di “From The Ages”, ma la loro trama psych-rock avanza ancora, partendo da tre uomini e tendendo agli estremi dello spazio-tempo, sempre in onore al dio della psichedelia.
