7.0
- Band: ECTOVOID
- Durata: 00:44:34
- Disponibile dal: 09/01/2026
- Etichetta:
- Everlasting Spew Records
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“In Unreality’s Coffin” segna il ritorno degli Ectovoid dopo anni di silenzi e deviazioni laterali, un rientro che in un certo senso sorprende per la volontà del quartetto dell’Alabama di mettere in discussione alcune certezze del proprio passato. Se i primi lavori li avevano incasellati soprattutto fra gli epigoni dell’asse Incantation–Immolation, in questa terza prova emerge una band meno interessata alla filologia e più attratta dall’idea di piegare la tradizione a un’espressività un po’ più personale, comunque radicata nel filone old school statunitense, ma attraversata da alcune torsioni inattese.
Il risultato è un disco che si muove con un’andatura irregolare, quasi volutamente imprecisa, a voler evocare un death metal che si contorce dentro la propria materia. Il riffing, pur robustamente ancorato alla scuola americana più sulfurea, prende spesso traiettorie poco prevedibili: linee che cominciano dritte e poi si sbriciolano in deviazioni sghembe, fraseggi che sembrano incerti sul proprio sviluppo finché improvvisamente non si compattano in una progressione più minacciosa. È un approccio che richiama, almeno in parte, gli Autopsy degli ultimi anni: quel modo di essere al tempo stesso antiquati e eccentrici, rispettosi del canone ma non irrigiditi in esso. Come accade nei dischi della band californiana, anche qui l’ascoltatore ha la sensazione di muoversi su un terreno friabile, dove a un passo malfermo può seguire un’improvvisa accelerazione o un cambio di umore quasi brutale. Questo carattere, così volutamente bifronte, è uno dei punti di forza dell’album: gli Ectovoid dimostrano di avere lavorato con attenzione sulle strutture, rifiutando gli sviluppi lineari e preferendo costruire brani che richiedono più di un ascolto per essere decifrati. Non si tratta di complessità in senso stretto, né di un tentativo di sperimentazione estrema: piuttosto, c’è una volontà di scivolare fuori dalle soluzioni più ovvie, di incastrare i riff in modo da generare tensione anche quando la dinamica sembra minima. A questo si affiancano alcuni tocchi che rimandano alla scuola finlandese più contorta, soprattutto nel modo in cui certi riff si aprono, incerti e sbiaditi, all’interno di un contesto cupo e fangoso.
Al tempo stesso, va sottolineato come in un paio di brani l’andamento tortuoso non trovi un vero fulcro, con certe idee che si disperdono prima di lasciare un segno concreto. È il rischio inevitabile di un percorso compositivo che appunto spesso punta sulla deviazione e sull’ambiguità: quando manca il riff davvero memorabile o la soluzione melodica capace di emergere dalla nebbia – come invece accade, ad esempio, nell’ottima “Irradiated Self” – l’effetto è più disordinato che enigmatico. Tuttavia, la maggior parte dei pezzi riesce a sfruttare bene questa inclinazione, lasciando un’impressione di coerenza generale pur dentro l’irregolarità.
Una produzione organica aiuta il materiale a respirare, mentre l’artwork contribuisce a definire un immaginario che riflette il contenuto sonoro: oscuro, deformato, ma non privo di una sua eleganza macabra. “In Unreality’s Coffin” è dunque un buon ritorno, soprattutto perché testimonia il desiderio degli Ectovoid di non restare immobili. Un album che premia l’ascoltatore paziente e che conferma come, anche in ambienti tradizionalisti, ci sia spazio per deviazioni abbastanza personali senza perdere di vista l’essenza del genere.
