6.5
- Band: EDENBRIDGE
- Durata: 00:53:30
- Disponibile dal: 16/01/2026
- Etichetta:
- Steamhammer Records
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Gli Edenbridge giungono con “Set The Dark On Fire” al loro dodicesimo studio album, che segue di circa quattro anni il precedente e senz’altro valido “Shangri-La”.
Il leader del gruppo austriaco, Lanvall, ci presenta stavolta un disco che non si mette in evidenza per grandi idee, ma nel quale cerca di introdurre alcune peculiarità in alcune tracce.
Sono molto dirette e caratterizzate da un refrain melodico canzoni come la title-track e “Where The Wild Things Are”, ma quest’ultima presenta un sapore molto celtico, con l’utilizzo anche di strumenti folk come il mandolino e il dulcimer. “Lighthouse” ha invece un approccio molto teatrale e dalle sonorità orientaleggianti, mentre “Bonded By Light” è la classica ballata. “The Ghostship Diaries” inizia in maniera vivace, come un tipico brano di apertura, ma presenta poi una seconda parte alquanto lenta, quasi doom. “Cosmic Embrace” è pure un brano melodico ma ha anche un impianto alquanto orchestrale, presente effettivamente in alcune canzoni (non propriamente in tutto il disco).
Al di là di diverse tracce brevi che fungono da semplici intro o da intermezzi, ci sono poi anche un paio di brani di ampio respiro: in particolare, “Our Place Among The Stars”, malinconico e sognante e “Spark Of The Everflame”, suddiviso in quattro parti, per la verità un po’ spezzettate, se consideriamo che la prima parte, “Let Time Begin” è una sorta di intro, “The Winding Road To Evermore” insiste molto su un assolo alquanto prolungato, mentre “Per Aspera Ad Astra” è una breve parte tutta sinfonica.
Un altro elemento di novità nei vari brani è l’utilizzo da parte di Lanvall di diversi strumenti, al di là ovviamente di chitarre e tastiere: abbiamo già accennato al mandolino e al dulcimer, ma possiamo menzionare ancora anche sitar, bouzouki, ukulele, swarmandal e tampura.
Ampio spazio viene dato anche agli assoli di chitarra: sotto tale profilo, va evidenziato l’inserimento del nuovo chitarrista Sven Sevens, il quale, pur interpretando alcuni assoli veloci, sembra privilegiare performance che puntano maggiormente sul feeling e sulla capacità di emozionare.
D’altronde, probabilmente midtempo e brani cadenzati sono quasi la maggioranza nella tracklist del disco, il quale presenta un sound magari leggermente più pesante e dark rispetto ai canoni del gruppo, che non pigia più di tanto sull’acceleratore, almeno nella maggior parte dei casi.
Buona la performance della cantante storica Sabine Edelsbacher che, come nel precedente disco, tendenzialmente si cimenta anche su sonorità un po’ più basse rispetto al solito e che nelle ultime esecuzioni dei ritornelli di ogni brano tende a spaziare su altre tonalità per conferire maggiore vivacità.
Diciamo che la sensazione è che la migliore ispirazione proceda un po’ a sprazzi, così come la tracklist procede in maniera troppo inframmezzata, peraltro in diverse occasioni con canzoni che puntano su soluzioni un po’ prevedibili, salvo, come accennato, il tentativo di diversificare con l’utilizzo di vari strumenti o accentuando alcune peculiarità per ogni brano.
In conclusione, a conti fatti, riteniamo tutto sommato che anche stavolta gli Edenbridge abbiano realizzato un lavoro valido e di buon livello, ma dobbiamo altresì constatare come questo risulti meno convincente rispetto a quanto avevamo potuto ascoltare sul precedente “Shangri-La”.
