EHNAHRE – Old Earth

Pubblicato il 25/09/2012 da
voto
7.5
  • Band: EHNAHRE
  • Durata: 00:37:22
  • Disponibile dal: 10/09/2012
  • Etichetta: Crucial Blast
  • Distributore:

Che dire degli Ehnahre, se non che sono il bridge perfetto tra ciò è impavida astrazione musicale nel metal, e ciò che è la sacralizzazione totale nel presente delle sonorità ormai quasi del tutto perdute di grandi band passate com i Winter, i Disembowelment o i Thergothon? Il death-doom dei bostoniani è infatti sia dotato di una integrità e di una fierezza che appaiono quasi primordiali, ma anche di uno spirito esplorativo e avanguardistico che trascina inevitabilmente la muscia dei Nostri presso lidi inconoscibili e alieni, di fatto materializzando una formula che è quasi unica nel suo genere. La musica degli Ehnhare è minacciosa a tutto tondo. Questi tre ragazzi di Boston infatti sono usciti dalla Berklee School Of Music, hanno fatto la gavetta nei circoli avantgarde e jazz di Boston, si sono uniti ad un pazzo visionario come Toby Driver per dare vita ai fasti e alle sontuosità avantgarde-metal dei Kayo Dot (esperienza questa che li ha marchiati a fuoco) e hanno poi riscoperto il loro amore adolescenziale per gente come gli Eyehategod, i Trouble e i Corrupted. Violenza e pazzia dunque, sono questi due concetti ciò che veicola maggiormente la musica degli Ehnahre, una formula dunque dotata di una negatività praticamente iper-sviluppata. Il cerchio si chiude dunque entro due estremi che gli Ehnhare hanno forzato nello stesso luogo spazio-temporale dando vita ad un altro album di death-doom vecchia scuola – per la lentezza e pesantezza soffocante con il quale si propone – ma avveniristico ed estremamente eccentrico per le metriche, le ritmiche, i suoni assurdi e le strutture quasi surreali e teatrali che utilizza. “Old Earth” è chiaramente una canzone-album. Un’unica composizione separata per pura comodità dell’ascoltatore in quattro tracce in cui si assiste impotenti alla band che esplora senza alcun freno inibitorio ogni sua più recondita e nascosta perversione musicale. I mood e gi stili cambiano come il giorno e la notte, e gli estremi entro essi – le sotto-strutture e i micro-liveli – fanno altrettanto. “Part I” apre il disco come se fosse praticamente un lavoro noise, per poi traghettarci in un inferno di composizioni corali che ricordano paurosamente gli interludi gelidi e raccappriccianti dei Deathspell Omega. La traccia poi marcisce senza pietà in una pozza purulenta di death metal mummificato dal doom. Una regressione pietosa che non fa nulla per celare l’amore di questi tre per il suono stesso del disgusto, della decomposizione e della decadenza più totale. “Part II” abbassa le luci, fa ripartite il tutto da un altro luogo e comincia letteralmente a strisciare, accompagnata da un violoncello che deve essere stato suonato da un zombie o da un persona in fin di vita. Si percepisce ogni singolo scricchiolio dell’arco, e i peli alla base del collo fanno una gran fatica a non drizzarsi per via dell’orrore totale che questa sorta di grottesca intro provoca. La traccia si chiude con il serpeggiare rivoltante di ottoni che arrivano da lontano, suonati senza alcuna logica e con il semplice scopo di inorridire. Momento questo in cui è impossibile non ripensare subito ai primi, distruttivi, Kayo Dot di “Marathon”. “Part III”, e “Part IV” invece sono due implosioni colossali di deliri death-doom piegati alla fisica del jazz, alla insensatezza della musica improvvisata e a metro libero, e allo scorticante blaterare della musica noise. Pesantezza insopportabile e imprevidibilità totale che hanno generato due tracce squassanti che non lasciano alcuna sinapsi intatta, tanto sono volte a capovolgere il mondo di chi ascolta e far perdere ogni senso dell’orientamento. Come al solito parliamo di roba veramente per pochi, ma, in fin dei conti, queste cose, come tante altre, sono ciò che tutti chiamano “lusso”.

TRACKLIST

  1. Part I
  2. Part II
  3. Part III
  4. Part IV
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