ELECTRIC BOYS – Funk-O-Metal Carpet Ride

Pubblicato il 21/08/2019 da
voto
9.0
  • Band: ELECTRIC BOYS
  • Durata: 00:40:42
  • Disponibile dal: 31/03/1990
  • Etichetta: Mercury
  • Distributore:

In quel grande calderone denominato glam metal, il terremoto di frivolezza e ambiguità divenuto uno dei simboli del rock anni ’80, vi era in taluni casi una profondità di vedute che sia nella contemporaneità di quegli anni, sia a posteriori, è largamente sfuggita all’attenzione degli ascoltatori. Intaccando l’apparentemente innocua superficie rosata fatta di melodie radiofoniche, cori, urletti, ritmi piacioni e arie vanesie, si potevano incrociare melting pot stranianti, variegate commistioni che andavano oltre il suono commerciale a presa rapida assurto a dogma di quell’effimera corrente. Inghiottiti in breve tempo dall’oblio, se non per uno zoccolo duro di fan che ne segue le gesta ancor oggi, protagonisti come sono di una reunion tra le meno strombazzate e mediatiche della scena – di nuovo insieme dal 2011, l’ultimo “The Ghost Ward Diaries”, uscito di soppiatto a novembre 2018, è il terzo disco della seconda fase di carriera – gli Electric Boys a soli due anni dalla fondazione danno alle stampe uno degli album glam meno ordinari che esistano. Le motivazioni ce le spiega la band stessa, di nazionalità svedese ma che giocava a fare l’americana, visto che i suoi membri inglesizzavano i nomi e adottavano pose simili ai colleghi d’Oltreoceano.
“Funk-O-Metal Carpet Ride” è l’esordio dei musicisti originari di Stoccolma e diffonde fragranze esotiche in ogni suo scampolo, annunciando un’identità camaleontica che nulla sacrifica al divertimento e alla spensieratezza tipici di quegli anni. La versione di cui parliamo noi non è, badate bene, quella edita solo in Svezia, con diversa tracklist, nel 1989: ci riferiamo al contrario a quella pubblicata in tutto il mondo l’anno successivo, nel 1990, che è poi quella più nota. Se è vero che una problematica rivoluzione sonora era all’orizzonte, con gli Electric Boys, almeno in quel momento e almeno quando si riascoltano tutt’oggi quelle dieci tracce, era ed è lecito sognare e far divagare l’intelletto. “Psychedelic Eyes”, travolgente opener, è la canzone d’amore che non t’aspetti, ritmata da un basso funky così fumigante e carico d’inventiva che solo gli Extreme di “Pornograffiti” sapranno eguagliare. C’è questa ragazza dagli occhi magici, un pozzo di colori che conquista, manda in estasi, non fa capire più nulla, e viene voglia di lanciarsi in imprese pazzesche pur di conquistarla. Energia da vendere, mesmerizzazioni, effetti stravaganti si intersecano e scombinano un riffing corposo e metallizzato, che dà giustizia a quel ‘funk metal’ dichiarato in copertina.
“All Lips n’ Hips” è la prima hit del gruppo, un piccolo successo commerciale già prima della pubblicazione del full-length, e non è difficile capirne i motivi: sorniona, con uno di quei dondolanti cori appiccicaticci che spopolavano allora, la canzone ammalia con un chitarrismo ora stridente, ora incantevole, lasciando più volte ai cori il compito di tempestare di vocine il nostro immaginario. L’illusionismo psichedelico in dote alla formazione, già scrutato chiaramente nella prima traccia, si espande magnificamente in una specie di dormiveglia nebuloso in “The Change”. I giovani nordici paiono perennemente in preda di uno stato lisergico, ben rappresentato dalle liriche del pezzo e da uno scorrimento tipo ninna-nanna. L’effettistica prende una piega dolcemente allucinata, increspature grintose si stemperano in un clima sonnacchioso e ricco di dettagli che scivolano via in un attimo, come fosse appunto un sogno, di cui si colgono le linee generali ma i particolari scorrono via come sabbia tra le mani. “If I Had A Car” è l’urlo di una generazione che ha voglia di vivere al massimo, godere dell’effervescenza della gioventù, eppure deve fare i conti con le ristrettezze economiche che ne tarpano alcune azioni, non l’immaginazione. Spirito sleazy rock, un pizzico di tracotanza e il tipico saltellare dinoccolato del funk ci guidano in un altro brano sospeso fra la voglia di spassarsela e i limiti imposti dai pochi soldi in tasca; emerge il piglio sbarazzino dei quattro, che tra le pieghe di un episodio leggero inseriscono piccole finezze strumentali, affioranti pienamente solo con ripetuti ascolti. “Captain Of My Soul” alza il volume all’ardimento soul del gruppo, come nel resto dell’album l’andamento è spezzettato, siamo in balia del groove dettato dal basso, verso scansioni nient’affatto tipiche dell’hard rock.
Nella seconda metà del disco non avvengono rivoluzioni, lo stile è ormai definito, mentre non scende la qualità delle singole composizioni. “Cheek To Cheek” è l’inno sdolcinato che ci si attende da dei glamster certificati, ma viene avvolto da un involucro di armonie orientaleggianti nient’affatto di prammatica. “Electrified” spinge sul lato hard della formazione, dando ulteriore risalto a un chitarrismo infuocato, discendente del blues e del vecchio rock’n’roll, modernizzato e appesantito quanto basta per farsi apprezzare anche dai cuori metallici. Sitar e rock sporco alla Cinderella caraterizzano l’incalzante “Who Are You”, in un’esotica alleanza fra suoni da vecchia America e Oriente; “Into The Woods” chiude con una cafonaggine che guarda ad alcune derive del crossover così popolare all’epoca, fra cori da gang sul piede di guerra e sincopi accentuate. Pur proseguendo a scrivere ottima musica anche nei capitoli successivi, gli orientamenti di gusto del pubblico non daranno mai agli Electric Boys l’attenzione che avrebbero meritato. Sono rimasti una cult band, invecchiata bene e che, su disco come sul palco, sa ancora dire la sua. “Funk-O-Metal Carpet Ride” rimane il loro momento più alto, pregno di spirito glam ma condito di idee fuori dal sentire comune e dell’inconfondibile dimenarsi del funky. Da riscoprire.

TRACKLIST

  1. Psychedelic Eyes
  2. All Lips N' Hips
  3. The Change
  4. If I Had A Car
  5. Captain Of My Soul
  6. Rags To Riches
  7. Cheek To Cheek
  8. Electrified
  9. Who Are You
  10. Into The Woods
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