EMMA RUTH RUNDLE – Engines Of Hell

Pubblicato il 29/11/2021 da
voto
8.0
  • Band: EMMA RUTH RUNDLE
  • Durata: 00:40:20
  • Disponibile dal: 05/11/2021
  • Etichetta:
  • Sargent House

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Erano in molti ad aspettarsi un mezzo falso dalla maggiore esponente di una delle più interessanti nuove forme prese dal songwriting post-metallaro intimo e darkeggiante, soprattutto dopo uno status accresciuto a dismisura negli ultimi tempi. Se infatti collaborazioni con Thou, Chelsea Wolfe e onnipresenza nel panorama roadburniano hanno, da un lato, portato la losangelina ex Red Sparowes a un ruolo di rilievo, dall’altro le stesse identiche cose hanno rischiato di impoverire sempre più la fragilità e l’intimità sprigionata dalla proposta musicale di Emma Ruth Rundle.
Rispetto a  “Marked for Death” del 2016 o  “On Dark Horses” del 2018, in questo quarto lavoro si nota subito l’assenza degli arrangiamenti super-riverberati e delle trame atmosferiche che hanno arricchito il suo folk gotico, anche se le ragioni dietro il cambiamento non sono state completamente spiegate – se non, naturalmente, per le contingenze legate alla pandemia. In una manciata di canzoni la Rundle si scambia tra chitarra e pianoforte, tornando al primo strumento che ha imparato da bambina, probabilmente come un modo per accedere ad alcuni dei suoi ricordi più antichi e traumatici. Il disco, come tutti i prodotti dotati di sincerità e purezza, potrebbe facilmente essere preso come una conversazione con se stessi, piuttosto che con l’ascoltatore. Eppure, per chiunque si preoccupi abbastanza di prestare orecchio, si apre lo stesso, intimo portale che porta ad essere liberi di un certo peso (l’ultimo verso del disco è infatti “Ora sei libero“).
“Engine Of Hell” funziona proprio là dove lo aspettavamo al varco, nel suo offrirsi come diario purgatoriale di un’artista a pieno titolo, ormai arrivata ad una maturità e una consapevolezza davvero degne del suo status attuale. Il suono è scarnificato dal punto di vista timbrico, ma la potenza espressiva viene arricchita con una forza emotiva di sicuro impatto, che fa davvero brillare la sua compattezza specifica, forse anche in maniera maggiore dei precedenti lavori. La maggior parte delle canzoni che compongono il seguito dell’ottimo “On Dark Horses”, sono state registrate in presa diretta, con la voce della signora Rundle supportata dalla triade chitarra acustica/pianoforte/violino, con davvero poco altro. È musica ridotta al minimo indispensabile, in cui ogni dettaglio e imperfezione sono illuminati dal bagliore dei riflettori di questo teatro messo a nudo in cui la Rundle ha imparato a muoversi con sommo talento. La produzione non cancella assolutamente nulla e risulta sempre di livello altissimo: se è vero che ogni scricchiolante cambio di accordo, ogni movimento delle dita, ogni respiro è registrato con incrollabile chiarezza è anche vero che una ricerca di iperpulizia delinea le trame dell’ascolto, soprattutto nel timbro del pianoforte. Definire tutto questo ‘lo-fi’ non avrebbe giusto il senso descrittivo per colmare l’essenzialità di questo prodotto, così nemmeno l’aggettivo ‘crudo’, eppure la grande bellezza, qui, risiede proprio in questo. Queste terminazioni nervose sono, il più delle volte, sfilacciate e messe a nudo da nient’altro che una voce e uno strumento o due. L’atmosfera oscura e incombente stabilita su altri album dei Rundle riesce a tradursi eccezionalmente in questo nuovo vestito.
“Return” è l’esempio perfetto di un prodotto che suggella la Rundle come una delle più convincenti figure che ruotano intorno al fenomeno cantautorale che ruota intorno al termine post. Un brano di un’intensità interpretativa disarmante, in cui il calore del pianoforte e della voce esprime la vera intimità di un testo che sarà pur parte di troppi che ormai girovagano dappertutto nel settore (per dirne una: Chelsea Wolfe), eppure è tutto meno che vicino al suonare di plastica o risultare scontato. Il video, poi – anch’esso a galleggiare in quella terra di nessuno che sta tra la Wolfe e le patinature di Vogue– contribuisce in maniera efficace a presentare un’artista (qui anche regista, per dire) tanto teatrale quanto viscerale. Maledetta eppure pop a modo suo, intima e fragile, ma consapevole del peso del mondo, in questo mausoleo in cui, dopotutto, fa bene tornare.
La losangelina ha capacità tecniche sufficienti ma non straordinarie, eppure eccelle nella proiezione emotiva, raddoppiata da una spiccata personalità sempre più autentica. Ancora una volta i testi sono abbastanza dettagliati da risultare simbolici, avvolti da metafore evocative abbastanza consuete eppure piuttosto credibili (cuore/cittadella, etc). Alcuni di questi sono biblici, come la seducente adorazione dei fallimenti di Giuda in “Blooms of Oblivion”, ma molti sono strappati direttamente dalle sue stesse esperienze, come guardare il corpo di un membro della famiglia che viene portato via, o l’attitudine autodistruttiva di “Razor’s Edge”: uno dei pezzi che, seppur in chiave maggiore e senza particolarità specifiche, riesce a sembrare più nudo e onesto di molto del panorama simile. Quando le ultime note di “In My Afterlife” svaniscono, ci si accorge di aver trascorso una quarantina di minuti in una tensione senza fiato, fondata su otto tracce che sono difficilmente inscindibili, che riescono ad ammaliare senza desiderare per forza offrirsi come strumento di catarsi o senza instillare alcun climax emotivo che, forse, avrebbe stonato.
“Engine of Hell” è una sorpresa rara, un’esperienza intima e sincera in cui puoi chiudere gli occhi e immaginare che l’artista sia proprio lì nella stanza con noi. Forse proprio per questo avrà la possibilità di essere ascoltato di continuo, senza perdere smalto: merce rara per la produzione discografica di questi tempi.

TRACKLIST

  1. Return
  2. Blooms Of Oblivion
  3. Body
  4. The Company
  5. Dancing Man
  6. Razor's Edge
  7. Citadel
  8. In My Afterlife
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