6.5
- Band: EMPIRE DROWNS
- Durata: 00:39:50
- Disponibile dal: 31/10/2025
- Etichetta:
- Mighty Music
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C’è del marcio in Danimarca, diceva Amleto, ma di certo non si riferiva al gothic metal proposto dagli Empire Drowns, che invece preferiscono insistere sulla melodia e su scenari epici e maestosi, seguendo in ogni caso, quasi pedissequamente, gli stlemi in voga nel genere durante gli anni Novanta: doppio registro vocale, riff di chitarra cadenzati e potenti, tastiere e un piglio sornione e ammiccante.
Il gruppo è giovane, ma non è costituito da musicisti di primo pelo: i danesi annoverano infatti tra le loro fila Anders Ro Nielsen, ex tastierista dei Saturnus, Thomas Birk, chitarrista degli Ukraft, Michael H. Andersen, cantante dei Withering Surface, e il bassista di origini sarde Marco Angioni, anche lui nei Withering Surface nonché proprietario del Death Island Studio in Danimarca, in cui ha registrato, con tutti i crismi, questo “Endless Nights”.
Dicevamo, quindi, di un gothic metal con cantato estremo, che però rimane ben lontano dal death-doom, in quanto volto più alla soluzione semplice e melodica, piuttosto che alle costruzioni complesse e articolate; pochi i riff memorabili, ma un suono ricco che esalta gli scenari concepiti dai danesi, algidi ma al contempo vibranti e coinvolgenti.
Il cantato risulta vicino a quello di Nick Holmes dei Paradise Lost nei growl più bassi e profondi, ai quali viene accostato uno scream in grado di ricordare invece Anders Fridén negli ultimi In Flames; un’influenza che, sommata allo stile di certi riff e alla tecnica degli assoli di chitarra disseminati lungo l’album, porta gli Empire Drowns su un crossover tra gothic metal e death melodico svedese sulla scia di Trail Of Tears e Dawn Of Solace.
C’è anche spazio per il cantato pulito, ma non è niente di trascendentale e infatti viene assolutamente centellinato; talvolta emergono anche elementi che possono ricondurre ai Moonspell del periodo “Night Eternal”/”Alpha Noir”, album non a caso prodotti dallo stesso Tue Madsen, il quale si è occupato anche del missaggio e della masterizzazione di questa seconda prova sulla lunga distanza degli Empire Drowns.
La sezione ritmica risulta dinamica e sostanziosa e concorre, assieme alle tastiere sempre presenti e riconoscibili, a creare quella ricchezza di suono che forse è il tratto più distintivo della proposta degli scandinavi.
Baciata da un’epicità quasi bathoryana fin dal titolo, segnaliamo tra i brani più riusciti la quarta traccia “Stoneheart”; altri echi del Quorthon più viking si riscontrano sul singolo “Choir Of Fallen Angels”, che cita “Twilight Of The Gods” nel tema principale, ma la migliore del lotto è “Santiago Sunrise”, molto coinvolgente e ben interpretata.
Si rileva comunque un’estrema coerenza stilistica tra i vari pezzi, che presentano strutture, ritmiche e velocità molto simili: poche le accelerazioni e i drastici rallentamenti, sostanzialmente si viaggia su ritmi cadenzati per tutto il disco.
Come accennato, il songwriting dei danesi è all’insegna della semplicità, e ciò è un bene perché facilita la fruizione dei pezzi ed aiuta ad arrivare senza troppi patimenti alla fine del disco; il rovescio della medaglia è che tende a lasciare ben poco impresso nella memoria: una musica piacevole, che però scivola via come la pioggia autunnale sui chiodi borchiati.
Tutto quanto è confezionato in maniera professionale e ciò concorre a portare il giudizio oltre la sufficienza, ma per ambire a qualcosa di più bisognerebbe provare ad aggiungerci un po’ di personalità o a migliorare il songwriting, in generale ancora troppo piatto e prevedibile.
